Risorse

Materiali a supporto degli insegnamenti

Cronache da Via Montello

Sintesi a cura di MARCO S.

Anatta, il non sé, è la grande rivelazione del Buddha. Il fatto che non esista un sé strutturato, permanente, sostanziale è il fondamento della pratica, l'intenzione che mettiamo nel sederci in meditazione, e non solo la sua finalità. Dunque non pratichiamo per distruggere qualcosa (un "sé" che nella realtà non esiste) ma pratichiamo per avere consapevolezza di quello che è. Perché la percezione che abbiamo di noi stessi (di un sé strutturato, permanente, sostanziale) è illusoria. E la natura di questa illusione risiede nell'identificazione con i fenomeni, interni ed esterni che siano. Un'identificazione continua: ad ogni fenomeno che sopraggiunge la mente reattiva ricrea un sé con l'avversione o l'attaccamento per il fenomeno stesso. Questa continua creazione di un io reattivo viene scambiata per una continuità dell'io stesso nel tempo, che diventa così illusoriamente permanente e sostanziale. Con una chiara visione (vipassana) riusciremo a cogliere la vera natura del sé: quella di un fenomeno come tutti gli altri fenomeni, e in quanto tale impermanente e insostanziale.

(vedere anche il testo di J. Goldstein: "Nessun paracadute, nessun terreno"
nella sezione RISORSE)

Sintesi a cura di MASSIMO D.S.

Continuando ad esplorare il tema dell’ambivalenza nella nostra vita, facciamo continuamente l’esperienza dentro di noi di valenze opposte: una che desidera meditare l’altra che si oppone, una che desidera incontrare quella persona e l’altra che la rifiuta, una che vuole accettare un certo lavoro e l’altra che ne vede solo gli aspetti negativi. Siamo costantemente divisi nell’incertezza della scelta, facendo fatica ad identificarci completamente con una delle due valenze. Avvertiamo che nessuna delle due, in realtà, ci appartiene totalmente. Sperimentiamo nella percezione dell’ambivalenza la certezza di non essere identificati con nessuna delle due valenze. Esse provengono e sono condizionate da fattori genetici, ambientali, culturali, religiosi, dalle nostre relazioni primarie. Profondamente consapevoli di questi condizionamenti, possiamo lasciare l’ambivalenza libera di manifestarsi come un carattere proprio della nostra realtà incarnata, liberi dall’obbligo di essere totali, liberati dall’essere agiti da queste valenze. Nel punto di maggior contraddizione possiamo cogliere l’elemento dell’impersonalità come fondamento della nostra libertà: io non sono né questo né quello, dentro di me c’è altro, la sostanza impersonale dell’io.

Sintesi a cura di Giulio C

Esaminando minuziosamente il carattere ambivalente che permea tutti i modi del nostro essere arriviamo dunque a cogliere il significato più essenziale della pratica: vipassana (lett. visione profonda) indica infatti una modalità di osservazione esplorativa, una semplice ma puntuale indagine di natura contemplativa rivolta ad ogni aspetto dei fenomeni che si manifestano alla nostra coscienza (comprendendo come fenomeno anche la pura manifestazione della coscienza stessa). È bene allora guardare all’ambivalenza come uno dei molteplici oggetti su cui possiamo e dobbiamo esercitare la nostra pratica: la sensazione di lieve contatto delle mani con la stoffa, un formicolio che corre lungo gli arti, un dolore persistente che sembra manifestare nient’altro che un inaggirabile ostacolo alla nostra ‘vuota’ presenza; ciascuno di questi fenomeni è in quanto tale degno di approfondimento e di interessata attenzione, e costituisce la cartina di tornasole del nostro radicamento nel momento presente e della chiara visione che ad esso appartiene. Ed è proprio questa chiara visione a rivelare il valore della pratica, che non risiede nella capacità di descrizione accurata di questi fenomeni ma nella profondità dello sguardo che intuisce la loro reale natura: quella dell’insostanzialità (anatta) e dell’impermanenza (anicca). Solo ampliando e contemporaneamente focalizzando la nostra indagine sugli elementi più infinitesimali che compongono i fenomeni possiamo fare esperienza della loro struttura ultima, e incamminarci con ciò verso il sentiero indicato dalle Quattro Nobili Verità attraverso una comprensione che sia totalmente incarnata.

Sintesi a cura di Misha M

Nell'incontro martedì 21 abbiamo continuato a lavorare sull'ambivalenza. Praticare sulla nostra ambivalenza vuol dire entrare in contatto con le nostre contraddizioni, con aspetti di noi che ci rendono la vita difficile. Ambivalenza vuol dire confrontarsi con situazioni nelle quali siamo tirati da due parti, bloccati tra due alternative e incapaci di scegliere. Schiacciati dal timore di perdere comunque qualcosa di importante nello scegliere un'opzione rispetto all'altra. La pratica vuol dire osservare la nostra ambiguità, non rimuoverla. Entrare in contatto con le alternative, ma senza entrare nei contenuti, piuttosto sentirne l'energia. Ad un primo livello possono sembrare equivalenti, ma entrando in contatto profondo si possono materializzare elementi (energetici, non contenutistici) che alla fine mostreranno quale opzione prevale. Ma anche se ciò non avviene, avremo comunque raggiunto una chiara visione di una parte di noi che non volevamo vedere.

Sintesi a cura di Marco S

Siamo ambivalenti. Lo siamo nelle circostanze della vita. Mentre sentiamo una forte propensione verso una situazione, possiamo sentire contemporaneamente per essa una resistenza più o meno forte. Siamo ambivalenti nelle relazioni con gli altri. Possiamo amare intensamente i nostri compagni di vita o i nostri figli, e allo stesso tempo sentirci respinti scoprendo che quell'amore che proviamo non è incondizionato e omnicomprensivo come pensavamo. Siamo ambivalenti "internamente e esternamente", così come siamo ambivalenti nei confronti della pratica. Da una parte vogliamo sedere ed essere presenti, dall'altra abbiamo una resistenza a stare solo con quello che c'è, così com'è. Questa ambivalenza non va negata, perché è connaturata alla nostra incarnazione e non possiamo farne a meno. Ma possiamo accoglierla e osservarla. Possiamo osservare la danza energetica tra questi poli contrapposti, che hanno intensità diverse e cangianti. E in questa osservazione manteniamo la qualità dell'equanimità (upekkha) perché se interveniamo con la volontà opereremo una forzatura mentale: le resistenze negate diventeranno agite andando a complicare la nostra relazione col mondo. Lasciamo allora che la nostra disposizione al bene emerga spontaneamente (di sua sponte, di sua volontà). Una volontà energetica e non mentale, l'unica in grado di attingere forza dalle zone più profonde di noi e di prevalere naturalmente sulle nostre resistenze.

Sintesi a cura di Carlo A

In cosa consiste il rinnovamento? Come possiamo utilizzare la postura della pratica per vedere la nuova luce, la rinascita che illumina ciò che non conosciamo? Possiamo rinnovarci ogni istante, lasciare che tutto ciò che c’è accada? Non pre-vedere, pre-sentire , pre-occuparci, ma vedere, sentire ed occuparci, senza che la mente “menta” e senza che la percezione cosciente ne venga influenzata? Possiamo fare diventare la pratica il modello della nostra postura nel mondo? Come possiamo ridurre l’ intera evoluzione del pianeta e della specie umana al piccolissimo schema comportamentale del nostro io che la mente ci propone? Questo respiro non è mai accaduto, tutto quello che accadrà non è mai accaduto. Modificare il nostro approccio al mondo, ecco in che cosa consiste il nuovo. La chiave è praticare utilizzando una coscienza non torbida e lasciare che la mente non riduca, pre-vedendo e applicando schemi del già vissuto, ciò che accade ora, quello che sorge e quello che c’è. Quanta bellezza c'è, quanta vitalità c'è nella semplice sintonia con ciò che sta accadendo. Ciò che è già accaduto è morto, solo ciò che accade nel presente è vivo. Perché mai non volere essere vivi?

In data odierna martedì 17 dicembre i soci riuniti in assemblea straordinaria, valida e con maggioranza qualificata hanno dichiarato lo scioglimento dell'associazione Casasangha. Tutte le attività svolte nel futuro faranno riferimento ad Alberto Cortese

I Soci

Sintesi a cura di Claudia M

Il tema di questa sera riguarda il significato del Natale e della luce spirituale: come il natale avviene nel momento più buio dell'anno, così la luce spirituale può emergere soltanto dalla profondità più oscura del nostro essere. Solo se riusciamo a visitare, penetrare, contemplare l'area più oscura e profonda del nostro essere, se riusciamo a soffermarci in quest'area impenetrabile, diamo la possibilità alla luce di sprigionarsi in tutta la sua potenza energetica. Il buio racchiude il massimo della potenzialità luminosa. Essa può sprigionarsi soltanto se abbiamo il coraggio, la costanza, la perseveranza di attraversare il buio, di compenetrarci in esso, di affrontare gli ostacoli di negazioni, di repressioni, di indifferenze. Non si tratta della luce fredda della ragione, ma della luce calda della potenza dell'Incarnazione. L'umiltà, la modestia e il coraggio di una ricerca quotidiana profonda, ardua, che non dà facili risultati visibili, nutre, alimenta la speranza di cercare, perseguire, scoprire la verità. Non si tratta di ricercare una posizione estatica, ma al contrario di immergersi nell'oscurità degli ostacoli interni che impediscono di contemplare il mistero dell'Incarnazione. Mistero non astratto, logico, o alogico, bensì mistero incarnato, fatto di sangue, di umori, di impulsi vitali, che fa paura, stravolge il nostro quieto vivere, scuote la nostra pigrizia. La sessualità in senso pieno, il dono reciproco di sé è cifra di questo mistero, che è noi ma anche non noi, che è la vita che abitiamo e che ci abita, la vita che ci sostanzia, e ci scuote nell'amore carnale. È l'energia creativa alla base di ogni autentica ricerca di verità, quella scientifica come quella filosofica, umana. La creatività implicita in ogni bambino che nasce e può crescere con il proprio vero sé. Con fatica, con dolore, con coraggio.

Sintesi a cura di Massimo T

“La cessazione va contemplata” è il terzo “compito” fondamentale per il praticante. Fa seguito a “la sofferenza va compresa” e “il sorgere va lasciato andare”. Ciò che va lasciato andare è la reattività, l’emergere spesso tumultuoso delle sensazioni e dei condizionamenti da cui si producono attaccamento, avversione e non-visione. L’io, risultante di tali processi, è di fatto l’oggetto della “cessazione”. Il cessare dell’io rappresenta il punto di equilibrio della pratica meditativa, la sua componente più estatica, il ponte tra la pratica e la vita vissuta eticamente cui si riferisce il quarto compito. Contemplando la “cessazione” possiamo raggiungere momenti di significativo disincanto rispetto all’io e alla sue costruzioni. Contemplare la cessazione è difficile, ma quando si realizza – per intervalli – possiamo finalmente godere di momenti di straordinaria pace e insight: momenti di nirvana antitetici a quelli del condizionamento.

Sintesi a cura di Marco S

Quando ci apprestiamo a sedere per la pratica, con noi si siede anche un io ingombrante. È l'io del meditante, con i suoi obiettivi, la sua visione di se stesso e del mondo, che è una visione personale. Questa postura di pratica non è corretta. Dobbiamo allora cercare quel grammo di impersonale che è in noi e vedere che non siamo noi a praticare, è la pratica che si fa da sé attraverso di noi. Così la vita non accade a noi, ma accade. E in questo non c'è niente di personale. E invece l'io del meditante è convinto della sua importanza e non vede la sua irrilevanza di fronte all'universo, di fronte alle infinite condizioni e percorsi che hanno permesso il nostro essere qui e ora in questo preciso istante. Infiniti flussi che si compenetrano e che hanno una evoluzione del tutto impersonale. Cerchiamo allora di sederci sentendo la natura impersonale di questo atto. Sediamo liberi da questo io ingombrante, liberi di seguire il flusso delle cose e di sintonizzarci con esso. Libertà (dall'io) è fare quello che deve essere fatto. Perché non siamo noi a deciderlo o a farlo. E' solo quello che non può che essere fatto.

Sintesi a cura di Ciro B

Una qualità essenziale della postura della pratica è che sia ardente. Praticare ardentemente significa praticare al limite delle proprie possibilità ovvero con un’intenzione sostenuta e continua ad essere totalmente presenti, momento per momento, all’oggetto di pratica. Siamo stati così invitati a praticare tenendo presente la qualità dell’attenzione. Come un marinaio saggio e forte timona la propria imbarcazione seguendo la rotta con destrezza e piena presenza, l’attenzione è guidata dalla mente che la mantiene e la riporta sull’oggetto di meditazione, ma è l’intero essere con tutta la sua energia a praticare. L’attenzione dovrebbe essere raccolta intorno all’oggetto di pratica ma, pur tenendo in primo piano l’oggetto, l’attenzione copre un campo più ampio. La postura interiore della pratica formale è una metafora del nostro modo di vivere. Si può vivere ardentemente, con attenzione totale ad ogni esperienza, oppure distrattamente lasciando che la mente insegua ogni “sorgere”, soprattutto quelli dell’io. Nella pratica formale, come nella vita, con un’attenzione stabile sostenuta da una forte energia, pur senza sforzi impropri, la mente non solo non si stanca, ma genera un interesse verso l’esperienza che contribuisce, in un ciclo virtuoso, a stabilizzare e rafforzare l’attenzione. In questo procedere, la mente si riempie di pace e di gioia.

Sintesi a cura di Marco S

L'insegnamento e la pratica hanno riguardato il secondo compito(*), quello del lasciare andare (il sorgere dell'io). Ci siamo chiesti perché lo facciamo, perché pratichiamo lo sforzo del lasciare andare? Per essere buoni meditanti? Perché ci fa sentire dalla parte giusta? Perché così ci viene detto di fare? Pratichiamo il lasciare andare per lasciare andare, e niente altro. Se non fosse così, creeremmo un'aspettativa che rappresenterebbe un nuovo sorgere, più sottile e insidioso. Dunque, pratichiamo il lasciare andare perché va fatto. Senza bisogno di aggiungere altro. Naturalmente siamo umani e incarnati, dunque il lasciare andare fine a se stesso può non essere un compito facile. E ci assolveremo se non riusciremo completamente nell'intento. Ma la postura con la quale approcciare il lasciare andare deve essere radicale. E' la postura della Vipassana, radicale. Che è, o non è.


(*) La formulazione dei quattro compiti, precedente alla codificazione braminica delle quattro nobili verità, sembra essere più comprensibile e direttamente collegata alle indicazioni di pratica:

Così è la sofferenza. La sofferenza può essere conosciuta. La sofferenza è stata conosciuta.
Così è il sorgere. Il sorgere può essere lasciato andare. Il sorgere è stato lasciato andare.
Così è il cessare. Il cessare può essere contemplato. Il cessare è stato contemplato.
Così è il sentiero. Il sentiero può essere coltivato. Il sentiero è stato coltivato.

RISORSE

Nessun paracadute, nessun terreno
Testo di Joseph Goldstein

 
Appunti di Pratica di consapevolezza


Mahāsatipaṭṭhāna Sutta
Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale. (Dīgha Nikāya, 22)
a cura di Claudio Cicuzza


Convegno - Il Cuore della Mindfulness
03/11/2019 - Castelnuovo di Porto RM
Intervento di Alberto Cortese