Risorse

Materiali a supporto degli insegnamenti

Cronache da Via Montello Online

Sintesi a cura della  Redazione

In questa pratica siamo invitati ad essere consapevoli di due fenomeni: il respiro e la coscienza del respiro. Cominciamo tornando qui, semplicemente presenti, al momento presente con le cose così come sono. E, senza creare tensioni, proviamo a focalizzare l’attenzione sulle sensazioni del respiro nell’addome. La mente si raccoglie intorno alle sensazioni del respiro nell’addome. Inspirando l’addome si espande ed espirando l’addome si ritrae. Le sensazioni più grossolane e più sottili del respiro nell’addome sono il fuoco dell’attenzione. Il resto del fenomeni non è escluso, ma rimane sullo sfondo. Cerchiamo, senza tensioni, di sostenere un attenzione continua sui movimenti dell’addome, nell’addome. Quando la mente si distrae, con gentilezza usiamo il timone dell’attenzione per riportarla sul respiro. Continuiamo con questa semplice attenzione focalizzata per un po’ lasciando che la mente si riposi nell’ascolto delle sensazioni profonde del respiro addominale. Ci godiamo la piacevolezza di una pratica essenziale, semplice, pulita. Quando l’attenzione si è un po’ stabilizzata, lasciamo che si estenda ad un secondo oggetto: la coscienza delle sensazioni del respiro. Così siamo contemporaneamente consapevoli delle sensazioni del respiro e della coscienza di esse. Sono due fenomeni distinti, di cui si può essere consapevoli distintamente. Questo secondo oggetto di pratica, l’essere coscienti del respiro addominale, è più sfuggente del primo, il respiro addominale di per se. Ma è un oggetto che appare nel campo della coscienza e di cui si può essere consapevoli. L’attenzione ad un oggetto supporta l’attenzione all’altro e viceversa, facilitando la pratica e permettendo un suo approfondimento. Raccoglimento e visione, Samatha e Vipassana, sono le due ali della pratica. In questa pratica le coltiviamo insieme intorno a questi due oggetti di consapevolezza: raccoglimento della attenzione intorno alle sensazioni del respiro e visione dell’apparire alla coscienza di queste sensazioni.

Sintesi a cura della  Redazione

Torniamo alla presenza di ciò che è presente, sul piano fisico, emotivo, mentale. Non i contenuti, ma la natura energetica dell'attività della mente. Sediamo con una postura equanime, non giudicante, aperta, senza filtri né emotivi né mentali, con un carattere del tutto impersonale. Di tutti i fenomeni presenti, quello più sottile, che mette in evidenza il sorgere, divenire e sparire, è il fenomeno della coscienza. La coscienza è vuota e ospita i fenomeni che si manifestano. Non ci identifichiamo nel "fenomeno coscienza" ma lo osserviamo. Nulla placa di più la mente analitica e giudicante della contemplazione della coscienza, equanime, silenziosa, senza sforzo. Ogni attacccamento e avversione decade perché la coscienza è equanime in sé e accoglie qualsiasi fenomeno. Prendiamo esempio dalla nostra coscienza, umile e chiara, specchio non distorcente. Sintonizziamoci con essa, con la sua equanimità e benevolenza verso qualsiasi altro fenomeno. Se siamo in sintonia con il carattere equanime della coscienza, il giudizio mentale non può avvenire, se non sullo sfondo. Contempliamo senza cercare di afferrare il "fenomeno coscienza", che è tanto raffinato quanto primordiale. La coscienza viene prima di ogni cosa, se siamo "incoscienti", senza coscienza, non c'è più nulla, tutto sparisce. Ed è anche il fenomeno più stabile: senza coscienza non potremmo meditare. L'umano è un centro di pura auto-coscienza. L'umano, non l'"io". Torniamo con fiducia e gratitudine a questa dimensione di pratica, alla meraviglia di essere coscienti, più difficile da comunicare che da sperimentare.

Sintesi a cura della  Redazione

Torniamo qui, all’essere seduti e all’intenzione di pratica. Lasciamo che la mente si raccolga e che l’essere qui avvenga in pienezza, senza riserve. Cerchiamo di sostenere una presenza-consapevolezza aperta alle sensazioni (provenienti dal corpo e dalla sfera emozionale) e agli stati della mente, stabile e non-giudicante rispetto a tutti i diversi fenomeni che entrano nel campo della coscienza. Assistiamo così alla danza di fenomeni “vuoti” (piacevoli, spiacevoli o neutri) nel campo anch’esso vuoto della coscienza. Notiamo che tra i vari fenomeni prevalgono quelli che generano reattività, nelle forme dell’attaccamento, dell’avversione e della delusione: i fenomeni rispetto ai quali la nostra tradizione richiama il compito del “lasciare andare il sorgere”. Il “sorgere” può essere inteso come la reattività di cui l’io è il protagonista. L’io intende quei fenomeni come propri, si indentifica come loro soggetto. Ma in realtà essi non sono frutto di una sua specifica volontà; sorgono invece automaticamente e involontariamente. A questa voce che parla, ad esempio, possono corrispondere fenomeni di attaccamento (legati al “mi piace”) o viceversa di avversione (legati al “non mi piace”). E’ solo un esempio. Rimanendo aperti e sensibili possiamo notare la natura di fenomeni che emergono. Possiamo chiederci se sia proprio necessario identificarsi con quelli che più di altri suscitano la reattività dell’io e se questi non siano, in fondo, abbastanza simili a tanti altri che si presentano internamente e esternamente senza suscitare tale reattività. In questo modo possiamo facilitare il compito del “lasciare andare il sorgere”. E dare corso anche all’altro compito, ad esso connesso, del “contemplare la cessazione”.

Sintesi a cura della  Redazione

Torniamo al corpo con una consapevolezza aperta. Stiamo in contatto con la sensazione generale di avere un corpo. Lentamente, senza forzare, facciamo in modo che questa percezione del corpo emerga da sé e sedimentiamo questa postura. Spostiamoci ora dalla percezione delle sensazioni del corpo alla percezione di essere coscienti del nostro corpo. Per farlo, restiamo ancorati alla percezione del corpo, e poi, con un piccolo movimento, entriamo in contatto con la coscienza di essere coscienti del nostro corpo. Se la mente si perde in questo passaggio, attraverso il timone dell'attenzione, torniamo alle nude sensazioni del corpo e ricominciamo. Cerchiamo di sentire come il fenomeno "corpo" appare all'interno del fenomeno che chiamiamo "coscienza". Così, i due fenomeni ci appaiono contemporaneamente: la percezione diretta del corpo e la percezione della coscienza di essere coscienti del corpo. Ricordiamoci che la pratica non è un processo mentale, analitico, cognitivo, ma è un processo contemplativo. E queste indicazioni vanno prese come un suggerimento, e non come un'ossessione. Se sono troppo complicate da seguire, le lasciamo passare e torniamo ad una pratica semplice, alle nude sensazioni del corpo qui ed ora.

Sintesi a cura della  Redazione

Prendiamo come oggetto di pratica proprio il fenomeno che chiamiamo coscienza, un fenomeno tra i fenomeni, ma un fenomeno particolare perché porta a conoscenza gli altri fenomeni. Osserviamo il nostro essere coscienti, non più i singoli fenomeni che appaiono alla coscienza ma il fenomeno della coscienza stessa, l’essere coscienti, l’essendo coscienti: siamo coscienti di essere coscienti. Facciamo della coscienza medesima un ancoraggio di pratica, vuoto, vuoto dai suoi contenuti, vuoto in sé, proprio perché recettivo di altri fenomeni, nudo rilievo al processo di essere coscienti, istante dopo istante. La coscienza non può essere afferrata cognitivamente, ma intuita in maniera contemplativa, tornando e ritornando all’ordinaria meraviglia dell’essere coscienti. Una presenza che diviene sempre di più impersonale, sottile. Siamo immersi nel campo stesso dell’essere coscienti, dell’essendo coscienti, nessuna rilevanza ad altri fenomeni, non distratti dall’occasionalità dei fenomeni che entrano nel campo della coscienza, ma attratti dalla bellezza e dall’ordinario mistero dell’essere coscienti.

Cronache dalla Yurta Virtuale

Sintesi a cura della  Redazione

Di nuovo in questa seduta torneremo ad esplorare la dimensione del manifestarsi dei fenomeni nel campo della coscienza: fenomeni fisici, emotivi, pensieri, immagini, qui ed ora. Non ci stiamo interessando ai singoli fenomeni, stiamo portando la nostra attenzione a quel particolare spazio che chiamiamo coscienza e che permette di sperimentare tutti gli altri fenomeni. Possiamo essere coscienti della coscienza in un processo autoriflessivo davvero potente, misterioso. Il fatto che questo processo ci sfugga è perché noi vi siamo continuamente identificati. Pensiamo erroneamente che ci deve pur essere qualcuno che è cosciente, che “sono io colui che conosce”, che “sono io la coscienza”. L’identificazione dell’io deve potersi alleggerire sempre di più così da oscurare sempre di meno. Questo processo dell’essere coscienti è l’ultima delle grandi identificazioni dell’io e paradossalmente ne è facile percepirne il carattere impersonale. Ci possiamo identificare con i pensieri, con le emozioni, col corpo, ma sappiamo che in fondo fondo il processo dell’essere coscienti è veramente qualcosa che non ci appartiene, è un carattere così tanto manifestamente universale per l’umano che il possederlo definitivamente e personalmente non può che essere altro che un’illusione. I fenomeni entrano nel vasto campo della coscienza da soli, e vi restano quanto vogliono, in piena autonomia dall’io sia del fenomeno che chiamiamo coscienza che dei fenomeni che grazie a lei vengono conosciuti. Questo è un punto decisivo della nostra pratica, è qui che può avvenire una grande trasformazione: la liberazione dalle oscurità personali che non ci permettono di essere pienamente coscienti. Torniamo e torniamo perciò al nostro essere coscienti della coscienza, a osservarne il fenomeno. Non è impossibile, se qualcosa o qualcuno l’afferma questo è l’io oscurante.

La cronaca di oggi è presente in un'istruzione più ampia nella sezione ISTRUZIONI: per accedere clicca qui.

La cronaca di oggi è presente in un'istruzione più ampia nella sezione ISTRUZIONI: per accedere clicca qui.

A cura di Marco S.

Torniamo a questo preciso, e allo stesso tempo vasto, momento presente. Usando il timone dell'attenzione, scegliamo un ancoraggio chiaramente percepibile: fisico, mentale o emotivo che sia. Creiamo un collegamento tra il fenomeno e la nostra coscienza, una percezione semplice, chiara, precisa del fenomeno. Manteniamo la continuità dell'attenzione. Ora cerchiamo di andare oltre l'apparente dicotomia tra fenomeno e coscienza ed entriamo nel processo del sentire. Percependo il percependo. È questo un preciso oggetto di contemplazione: il processo del venire alla coscienza, che è un fenomeno in sé, pura interconnessione tra coscienza e un altro fenomeno. Il processo del sentire, del percepire è impersonale, è senza tempo e non ci appartiene, appartiene a tutto il vivente. Contempliamo questo processo penetrando interconnessione e interdipendenza tra il processo e la coscienza che lo percepisce. Una percezione precisa e aperta, che sia teleobiettivo e grandangolo contemporaneamente. Praticando e praticando, questa percezione diventa corpo, esperienza. Possiamo contemplare solo con un'osservazione non cognitiva, non giudicante. Processo sottile, misterioso, ampio.

A cura di Massimo D.S.

Mentre siamo seduti su questo cuscino, in questa casa, abbiamo memoria di uno spazio più vasto, la nostra città, il nostro continente, siamo seduti in questo preciso punto del pianeta potentemente interconnessi con tutto il resto, con il sistema solare, con la vasta galassia cui apparteniamo. Che c’è di personale nel lo spazio su cui siamo seduti? Se vale per lo spazio vale anche per il tempo: questo presente così puntiforme dove è cominciato e dove finirà? In questa vastità inimmaginabile, di interconnessione di spazio e di tempo senza limiti possiamo solo intuire il carattere impersonale della nostra esperienza. Questa è la nostra pratica attenta, questa è sati, memoria di ciò che vagamente sentiamo ma che dimentichiamo nel nostro rendere soggettivo lo spazio e il tempo: vedere il presente nel suo essere frammento personale e totalità impersonale. Tornare al presente vuol dire ritornare all’incommensurabile mistero e alla potente interconnessione che determina questo presente, questo qui e ora. E’ questa la qualità della visione che libera dalla stretta dell’io. La pratica è un liberare il cuore dall’oscurità dei filtri, personali, condizionati, attaccati, avversivi.

A cura di Massimo T.

Torniamo alle nude sensazioni del corpo seduto. La mente è raccolta in un ascolto semplice e aperto. Cerchiamo di sentire il corpo nella sua complessità: funzioni e organi tra loro interconnessi. Proponiamoci di sentire il corpo non solo come è ora, ma di averne consapevolezza nel senso estensivo di “sati”: “memoria” anche ulteriore al momento presente. Memoria di ciò che oltrepassa il sentire immediato e si raccorda alla coscienza della interconnessione del corpo con il vasto campo in cui si inserisce ogni singola sensazione.
Attivando tale memoria possiamo intendere le sensazioni corporee come frammenti di una percezione più estesa, nell’alveo di una interconnessione più vasta nella quale si stemperano i limiti dell’esperienza fisica attuale (es. un piccolo dolore) e possono emergere le potenzialità complessive dell’organismo.
Non si tratta di pensare, ma di avvertire i fenomeni (le sensazioni, le percezioni) come emergenti su uno sfondo incommensurabile. E di riconoscere nella presenza corporea i tratti dell’a-temporalità e dell’im-personalità. Di contro, la consapevolezza più comune, attaccata al particolare, appare come quella in cui i fenomeni si manifestano in modi frammentari, interrotti, incomprensibili.
Volgendo poi lo sguardo alla sfera emotivo-affettiva, contigua a quella corporea, cerchiamo analogamente di notare quanto può essere ampia la dimenticanza del rapporto tra i fenomeni che avvengono in tale sfera e il loro sfondo. La frammentazione e l’invasività di tali fenomeni è spesso ancora più evidente che nella sfera corporea. A volte ne diventiamo consapevoli solo quando l’emozione dominante ha già invaso tutto il campo e ha cancellato l’immensa tavolozza di sfumature che le emozioni possono potenzialmente assumere. L’effetto di tutto ciò è che il processo funzionale detto “io” si distorce e si parcellizza in forme patologiche, disfunzionali. Anche in questo caso è necessario “ricordare” (portare alla memoria-sati) lo sfondo di potenzialità dal quale emozioni e sentimenti possono emergere, relativizzando ciò che in molti casi si presenta come assoluto. Aggiungiamo ora anche la consapevolezza di ciò che avviene nella sfera mentale-cognitiva, tenendo conto delle sue potenzialità e fragilità. Evocare l’ampiezza dello sfondo su cui si presentano i fenomeni mentali-cognitivi serve in questo caso a rimarcare quanto spesso tali fenomeni siano limitati. La mente è spesso dominata da pensieri inutili e mediocri, sconnessi tra loro, molto al di sotto delle potenzialità che invece possono emergere dallo sfondo più ampio.
Infine evochiamo l’emergere di una coscienza capace di interconnettere tra loro le sfere del corpo, delle emozioni e del pensiero e di riconoscere la disfunzionalità della separazione “diabolica” (“dia-ballein”) tra l’io e la realtà. Quando l’io è limitato in sé stesso è come se pretendesse di illuminare una grande casa con una piccola fiammella. Andare oltre le limitazioni dell’io significa invece gettare luce sulla vastità di questa casa, ovvero entrare veramente in contatto con i fenomeni e saperne anche riconoscere la natura priva-di-sé.
L’invito, in conclusione, è: cerchiamo oltrepassare le ristrettezze dell’identificazione all’io e di contattare l’ampiezza che ci trascende. Facciamo di questo oltrepassamento non un momento raro ma una modalità stabile del nostro esser-ci, del nostro dispor-ci rispetto al mondo.

A cura di Massimo D.S.

Così come il nostro corpo è sempre uno e molteplice, anche la dimensione emotiva è una e molteplice, però una percezione focalizzata su una sola emozione può disarmonizzare la connessione con l’intero stato emotivo come la percezione di un solo organo non è vitale nella funzione dell’intero organismo. E poi ci sono la mente e gli stati mentali. Nella pratica tutto è presente: la dimensione fisica, emotiva e mentale. In questa pratica c’è l’ascolto delle parole, ascoltare senza voler capire, senza voler afferrare, senza pensare. Praticare senza perdere l’interconnessione con tutto il resto: con il corpo, con la dimensione emotiva, con una mente più ascoltante che elaborante, in una connessione ampia con tutto il nostro essere, percependo anche il singolo fenomeno (corporeo, emotivo, mentale), ma senza dimenticarsi della vasta complessità del nostro essere qui. Questa pratica è in sé una potente forma di interconnessione, di armonizzazione, di equanimità di tutto il nostro essere. Il punto cruciale è di sentire unito, ma non confuso-fuso, il corpo, le emozioni e i processi cognitivi; tenerli separati genera sofferenza inutile, è malattia. Non siamo liberi perché separati, ma liberi nell’essere interconnessi, mente, corpo ed emozioni, liberi di agire in questa ampia rete di fenomeni, molti dei quali del tutto impersonali, personalizzarli è di nuovo dividerli, separarli, alterare la realtà.

A cura di Marco S.

Il corpo non è una somma di singoli organi ma vive della loro interconnessione dinamica. Nel corpo, vita e interconnessione coincidono. Con un piccolo passo andiamo ora a sentire la nostra dimensione emotiva. Una dimensione organica, prima che cognitiva, che ci è per lo più sconosciuta e di non facile individuazione in quanto ci appare disordinata, disorganizzata. Ma è davvero così? Quando evochiamo un'immagine o un pensiero qualsiasi, possiamo percepire chiaramente che hanno un colore, una vibrazione. Tutte le nostre emozioni, con le loro vibrazioni, sono lì, a nostra disposizione. Possiamo evocare un'emozione e sentirne con chiarezza la vibrazione, possiamo sentirne la natura funzionale e anche impersonale, in quanto comune a tutti gli esseri umani. Ma in realtà, ci accorgiamo delle emozioni quando una di esse, dotata di una particolare forza come ad esempio la rabbia, ci investe monopolizzando la nostra attenzione e scatenando l'identificazione dell'io. Il problema dunque non è la singola emozione, perché anche quella assolve a una funzione. Il problema è piuttosto nella nostra visione ristretta che elimina tutte le altre emozioni, dimenticandone l'interconnessione e creando un disordine emotivo egoico. E tutto questo è causa di sofferenza inutile. Se invece restiamo in contatto con la nostra dimensione emotiva estesa, la singola emozione, per quanto forte, rimane fluida e si inserisce in un campo più ampio e in esso si scioglie e danza, interconnessa, assieme alle altre emozioni.

A cura di Massimo D.S.

Stiamo nell’ascolto del corpo seduto, alla sensazione percepita di essere anche e necessariamente un corpo, alla sensazione generale del nostro corpo in questo momento, in queste condizioni.

Con calma, senza strappi portiamo l’attenzione su una parte del nostro corpo, sulla mano destra ascoltando le complesse afferenze che collegano la mano destra alla nostra corteccia cerebrale dove viene percepita la nostra mano. Possiamo decidere di muovere delicatamente anche un solo dito della mano destra e restiamo in ascolto della meravigliosa complessità relazionale interconnessa tra organi relativamente inerti ossicini, nervetti, piccole strutture muscolari e il nostro sistema nervoso centrale che li percepisce e in qualche modo ordina, coordina, impone movimenti. 

Proviamo adesso a spostare l’attenzione sull’interconnessione della mano destra con la mente  che può ordinare movimenti complessi e anche potenti, lenti e delicatissimi o rapidissimi. Possiamo sentire questa complessa interconnessione  di struttura fisica, mente, azioni e funzioni e sentire che soltanto in questa interconnessione si manifesta chiaramente la natura della mano: una mano non percepita, una mano immobile, una mano staccata dal corpo  è una mano senza vita.

E questo vale per ogni organo del nostro corpo,esso è pienamente se stesso più è interconnesso, più è interdipendente da altri sistemi funzionali.

Se esploriamo il corpo,  funzione e struttura fisica si compenetrano, sono la stessa cosa. Un organo è un organo perché funziona, la funzione lo rende sano. L’assenza di funzione, la fine della funzione ne determina la morte.

E’ il complesso insieme delle funzioni del nostro organismo che chiamiamo vita. Il nostro corpo è in vita  perché funziona, sta funzionando in questo momento più o meno bene con tutti i suoi organi, nessuno escluso compresi quelli che sono relativamente malati. 

Stiamo ascoltando la natura processuale del nostro essere corpo e non la fotografia statica di un corpo inerte. Non stiamo pensando stiamo sentendo, stiamo penetrando la realtà delle cose.

Ora facciamo un salto quantico.

Pensiamo a noi non come un organo separato, non come un io isolato ma come un io funzionale. Qual è la sua funzione?  La sua funzione è essere in vita: la nostra presenza, la nostra coscienza, il nostro corpo fisico esplicano in questo momento la generale funzione di essere in vita, di essere al mondo.

Tutt’altro che monadi separate. Noi possiamo vivere perché siamo immersi in una relazione complessa  con la vita, con la vita degli altri, con la vita delle altre cose così come il senso della mano deriva dalla sua potente interconnessione con altri organi.

Pensarci separati, disconnessi, autonomi da tutto ciò che ci circonda è una chiara follia della mente.

Noi esistiamo in quanto processo funzionale della vita medesima. La vita ha bisogno di noi come organi e noi abbiamo bisogno della vita per essere organi della vita anche della vita degli altri, anche dei campi vitali che ci vedono partecipi.

Quello che chiamiamo io è un processo funzionale. Una mano separata dal corpo non è una mano. Un essere umano separato dagli altri esseri  umani non è un essere umano. Possiamo percepirci come organo di organismi più complessi, di complesse relazioni funzionali sia che noi lo vogliamo sia che noi non lo vogliamo. 

La nostra libertà nasce dalla chiara percezione dei nostri condizionamenti, dei limiti della nostra esistenza. Solo una distorsione percettiva può percepire l’io come una statica realtà, come un sé.

L’io non è nient’altro che un processo funzionale in una complessità di processi funzionali che lo creano, lo condizionano e paradossalmente ne determinano i limiti e la potenza della sua libertà di movimento.

Come la sanità di un organo del nostro corpo riguarda la sanità di tutto il nostro corpo, la sanità del nostro funzionare non riguarda solo noi, ma riguarda tutto ciò che ci tocca, tutto ciò a cui partecipiamo, dai piccoli campi familiari a quelli sociali, quelli culturali, quelli spirituali, quelli civili.

Il nostro esserci in quanto partecipi, condizionati e partecipi, dà un senso, un rilievo, una precisione al nostro essere al mondo, al nostro agire libero e condizionatissimo, libero nell’essere condizionato, interconnesso, interdipendente, non separato.

Questo è uno dei sensi profondi della nostra pratica: vedere, percepire l’interconnessione che è condizionamento, che è limite, per essere liberi di muoverci nel limite, liberi di fare ciò che deve essere fatto per funzionare bene, al di là del delirio autoreferenziale dell’io. Delirio soggettivistico, ottuso come quello di una mano che per vivere pensasse di non aver bisogno di altro che di se stessa. Non è possibile per la mano, non è né realistico né possibile neanche per noi.

Stiamo fornendo istruzioni, in realtà non stiamo praticando. E’ un modo di evocare in noi una postura più aperta meno ottusa, meno chiusa, meno soggettivistica per il resto non cercate per forza di ripetere queste istruzioni ma sintonizzatevi a questo sentire ampio, preciso, macroscopico e microscopico, con questo senso di limite e di potenza che percepiamo  con chiarezza nell’interconnessione, nell’interdipendenza dei fenomeni.

L’io è un confine mentale e sentiamone tutti i limiti, non è un problema. E’ un problema crederci, identificarsi nella nostra soggettività, nella nostra assolutezza.

A cura di Marco S.

Torniamo come sempre al corpo. Non si insiste mai abbastanza sull'ascolto e l’investigazione della natura dell'esistere nella sua realtà fisico-energetica: tutto ciò che c'è da sapere è già presente nella manifestazione tangibile che chiamiamo corpo. Ciò che altera la percezione della realtà è la falsa idea della separatezza: da una parte il corpo e dall'altra la mente, ad esempio. Coscienza, stato emotivo e corpo sono processi funzionali interdipendenti e potentemente interconnessi, mentre noi li congeliamo con insistente e meticolosa continuità in fotografie di oggetti distinti, creando numerosi “sé” fittizi: "coscienza", "psiche", "corpo". Questa maniacale separazione di ciò che è in realtà unito e interconnesso è fonte primaria di non- visione. Penetrando a fondo e con chiarezza la natura ultima dei fenomeni, il manifestarsi stesso della vita come una e molteplice, possiamo percepire tutto l'inganno della creazione di "io" separati e, con tutta naturalezza, entrare in contatto con la dimensione impersonale, con il non-sé. Anatta non sarà più allora un astratto concetto metafisico ma una limpida evidenza della realtà, delle cose così come sono.

Avviso: Non cercare di ripetere meccanicamente queste istruzioni perché ciò non favorirebbe che l’attitudine separativa della mente. Queste istruzioni dovrebbero invece diventare una postura percettiva sullo sfondo del nostro essere presenti. Si invita dunque a praticare, tra un'istruzione e l'altra, stando nella semplicità e nella profonda tranquillità dell'ascolto, così come sappiamo e possiamo

La cronaca del 10 aprile 2020 è presente in un'istruzione più ampia nella sezione ISTRUZIONI: per accedere clicca qui.

A cura di Marco S.

Continuando l'osservazione dell'interconnessione siamo di nuovo partiti dal corpo, un ancoraggio sempre presente dove l'interconnessione ci può apparire con relativa evidenza. Possiamo esperire la stretta relazione tra i vari organi, deputati alle diverse funzioni e anche la loro relazione con la mente, come ad esempio la relazione tra mente e respiro. Questa relativa chiarezza sull'interdipendenza delle diverse parti del corpo può aiutarci nell'esplorazione dell'interconnessione sul piano emotivo e quello mentale, dove, come si è già detto, le relazioni tra le varie parti possono non apparirci con la stessa evidenza. Nell'esplorazione di questi piani possiamo riscontrare una certa confusione, che non va negata o giudicata, ma semplicemente osservata. Come viene infatti indicato dal Buddha nel Satipattana sutta, quando la mente è chiara egli sa: la mente è chiara, quando la mente è confusa egli sa: la mente è confusa. Possiamo poi ampliare la contemplazione di questi tre piani spostando l'osservazione sulla nostra interazione con l'esterno. Tutti noi entriamo in contatto e partecipiamo in diverse modalità a gruppi di varia natura: familiare, lavorativa, sociale, amicale, di pratica ecc. Possiamo pensare a questi gruppi come degli organismi energetici più ampi e considerarci come delle cellule che ne fanno parte. Nell'osservare la nostra relazione con l'esterno possiamo chiederci quale sia la qualità della nostra interazione. Siamo attivamente interconnessi con gli altri all'interno di questi organismi contribuendo al loro benessere o ne siamo piuttosto dei consumatori passivi?

A cura di Marco S.

La seduta di istruzioni di oggi è stata ancora dedicata all'esplorazione dell'interconnessione. Partendo dal corpo e dai suoi organi è possibile sperimentare come siano tutti interconnessi. Questa caratteristica è intrinseca al corpo ed è anche, in qualche modo, autonoma e dunque può apparirci in maniera chiara. Sul piano emotivo le cose sono diverse. Le emozioni sono a volte tra loro contrastanti, possono avere contorni non chiaramente definiti, possono affiorare solo parzialmente alla superficie della coscienza. Allora, qui entra in gioco la nostra libertà, la nostra equanimità nell'includere e accogliere tutti gli aspetti che compongono la nostra sfera emotiva e armonizzarli, anche mantenendo l'eventuale contrasto tra loro. Usiamo dunque la consapevolezza per amalgamare queste diverse componenti. E lo stesso vale per la dimensione cognitiva e la produzione dei pensieri. Più riusciremo a percepire con chiarezza questi aspetti, più la nostra azione sarà estesa. Più realizzeremo l'armonia dentro di noi, più saremo in grado di portarla fuori di noi e armonizzarci col mondo esterno in maniera sana e donativa.

A cura di Marco S.

Il lavoro di oggi si è basato sull'esplorazione dell'Interconnessione. Entrando in contatto con le varie parti del corpo è possibile percepire l'interconnessione dei suoi diversi organi, ognuno specializzato in una funzione ma strettamente collegato agli altri. Ed è anche possibile percepire quanto il benessere di una parte contribuisca al benessere complessivo e sia dunque importante per tutte le altre parti. Allo stesso modo possiamo entrare in contatto con il nostro piano emotivo osservando le singole emozioni e la loro stretta interconnessione, anche quando sono tra loro contrastanti. E lo stesso vale per il piano mentale, dove è possibile vedere l'interconnessione tra i diversi pensieri. Una visione realmente sentita e non pensata di questi elementi, che hanno ognuno una propria vibrazione e che tutti assieme contribuiscono alla vibrazione complessiva del piano a cui appartengono, sia esso fisico, emotivo o mentale. E poi, allo stesso modo, possiamo percepire l'interconnessione tra questi tre piani energetici. Stiamo in questo modo vedendo in profondità e sperimentando le leggi che governano la relazione tra i fenomeni, in qualunque piano essi si manifestino. Solo attraverso una percezione chiara di questa relazione dentro di noi è possibile una interconnesione sana e armoniosa con l'esterno.

Cronache da Via Montello
(temporaneamente sospese)

A cura di Carlo A.

L'insegnamento e la pratica seduta hanno riguardato ancora il tema dell'ambivalenza ben rappresentato nel mito del carro e dell'auriga. Per chi volesse approfondire la lettura di questo mito, ne riportiamo una versione in prosa nella sezione Risorse.

Sintesi a cura di Stefania P.

Si è parlato dell’ambivalenza e della sua declinazione in dualità. Anche il corpo umano è duale, tanto è che la struttura del cervello è composta da un emisfero destro e da uno sinistro, che la morfologia del corpo stesso è composto da gambe e braccia destra e sinistra e cosi via. L’ambivalenza è una categoria non eliminabile. E' così anche nel mito del carro e dell'auriga (o della biga alata) nel Fedro di Platone. La biga è trainata da una coppia di cavalli, uno bianco e uno nero, quello bianco punta verso l’alto e quello nero punta verso il basso. L’abilità dell’auriga è tenere in equilibrio le due forze in modo che la biga possa percorrere il suo percorso di ricerca della verità. Questo percorso, tra gli ostacoli posti dall’ambivalenza e la ricerca della verità, va attraversato con la consapevolezza delle difficoltà che bisogna individuare e affrontare. L’auriga è il logos, è l’intenzione che incarna un Io che sa ciò che vuole: solo la retta conoscenza e la retta intenzione consentono un equilibrio tra il bianco e il nero. La visione si trasforma in conoscenza grazie all’intenzione. È la bellezza da cui siamo attratti che ci avvicina alla verità, la bellezza trascesa. Trascendere significa cercare l’impersonale nell’ambivalenza. sapere che questa sofferenza è propria della natura umana. Un bravo auriga va verso l’amore trasceso non personalizzato.

Sintesi a cura di MARCO S.

Anatta, il non sé, è la grande rivelazione del Buddha. Il fatto che non esista un sé strutturato, permanente, sostanziale è il fondamento della pratica, l'intenzione che mettiamo nel sederci in meditazione, e non solo la sua finalità. Dunque non pratichiamo per distruggere qualcosa (un "sé" che nella realtà non esiste) ma pratichiamo per avere consapevolezza di quello che è. Perché la percezione che abbiamo di noi stessi (di un sé strutturato, permanente, sostanziale) è illusoria. E la natura di questa illusione risiede nell'identificazione con i fenomeni, interni ed esterni che siano. Un'identificazione continua: ad ogni fenomeno che sopraggiunge la mente reattiva ricrea un sé con l'avversione o l'attaccamento per il fenomeno stesso. Questa continua creazione di un io reattivo viene scambiata per una continuità dell'io stesso nel tempo, che diventa così illusoriamente permanente e sostanziale. Con una chiara visione (vipassana) riusciremo a cogliere la vera natura del sé: quella di un fenomeno come tutti gli altri fenomeni, e in quanto tale impermanente e insostanziale.

(vedere anche il testo di J. Goldstein: "Nessun paracadute, nessun terreno"
nella sezione RISORSE)

Sintesi a cura di MASSIMO D.S.

Continuando ad esplorare il tema dell’ambivalenza nella nostra vita, facciamo continuamente l’esperienza dentro di noi di valenze opposte: una che desidera meditare l’altra che si oppone, una che desidera incontrare quella persona e l’altra che la rifiuta, una che vuole accettare un certo lavoro e l’altra che ne vede solo gli aspetti negativi. Siamo costantemente divisi nell’incertezza della scelta, facendo fatica ad identificarci completamente con una delle due valenze. Avvertiamo che nessuna delle due, in realtà, ci appartiene totalmente. Sperimentiamo nella percezione dell’ambivalenza la certezza di non essere identificati con nessuna delle due valenze. Esse provengono e sono condizionate da fattori genetici, ambientali, culturali, religiosi, dalle nostre relazioni primarie. Profondamente consapevoli di questi condizionamenti, possiamo lasciare l’ambivalenza libera di manifestarsi come un carattere proprio della nostra realtà incarnata, liberi dall’obbligo di essere totali, liberati dall’essere agiti da queste valenze. Nel punto di maggior contraddizione possiamo cogliere l’elemento dell’impersonalità come fondamento della nostra libertà: io non sono né questo né quello, dentro di me c’è altro, la sostanza impersonale dell’io.

Sintesi a cura di Giulio C

Esaminando minuziosamente il carattere ambivalente che permea tutti i modi del nostro essere arriviamo dunque a cogliere il significato più essenziale della pratica: vipassana (lett. visione profonda) indica infatti una modalità di osservazione esplorativa, una semplice ma puntuale indagine di natura contemplativa rivolta ad ogni aspetto dei fenomeni che si manifestano alla nostra coscienza (comprendendo come fenomeno anche la pura manifestazione della coscienza stessa). È bene allora guardare all’ambivalenza come uno dei molteplici oggetti su cui possiamo e dobbiamo esercitare la nostra pratica: la sensazione di lieve contatto delle mani con la stoffa, un formicolio che corre lungo gli arti, un dolore persistente che sembra manifestare nient’altro che un inaggirabile ostacolo alla nostra ‘vuota’ presenza; ciascuno di questi fenomeni è in quanto tale degno di approfondimento e di interessata attenzione, e costituisce la cartina di tornasole del nostro radicamento nel momento presente e della chiara visione che ad esso appartiene. Ed è proprio questa chiara visione a rivelare il valore della pratica, che non risiede nella capacità di descrizione accurata di questi fenomeni ma nella profondità dello sguardo che intuisce la loro reale natura: quella dell’insostanzialità (anatta) e dell’impermanenza (anicca). Solo ampliando e contemporaneamente focalizzando la nostra indagine sugli elementi più infinitesimali che compongono i fenomeni possiamo fare esperienza della loro struttura ultima, e incamminarci con ciò verso il sentiero indicato dalle Quattro Nobili Verità attraverso una comprensione che sia totalmente incarnata.

Sintesi a cura di Misha M

Nell'incontro martedì 21 abbiamo continuato a lavorare sull'ambivalenza. Praticare sulla nostra ambivalenza vuol dire entrare in contatto con le nostre contraddizioni, con aspetti di noi che ci rendono la vita difficile. Ambivalenza vuol dire confrontarsi con situazioni nelle quali siamo tirati da due parti, bloccati tra due alternative e incapaci di scegliere. Schiacciati dal timore di perdere comunque qualcosa di importante nello scegliere un'opzione rispetto all'altra. La pratica vuol dire osservare la nostra ambiguità, non rimuoverla. Entrare in contatto con le alternative, ma senza entrare nei contenuti, piuttosto sentirne l'energia. Ad un primo livello possono sembrare equivalenti, ma entrando in contatto profondo si possono materializzare elementi (energetici, non contenutistici) che alla fine mostreranno quale opzione prevale. Ma anche se ciò non avviene, avremo comunque raggiunto una chiara visione di una parte di noi che non volevamo vedere.

Sintesi a cura di Marco S

Siamo ambivalenti. Lo siamo nelle circostanze della vita. Mentre sentiamo una forte propensione verso una situazione, possiamo sentire contemporaneamente per essa una resistenza più o meno forte. Siamo ambivalenti nelle relazioni con gli altri. Possiamo amare intensamente i nostri compagni di vita o i nostri figli, e allo stesso tempo sentirci respinti scoprendo che quell'amore che proviamo non è incondizionato e omnicomprensivo come pensavamo. Siamo ambivalenti "internamente e esternamente", così come siamo ambivalenti nei confronti della pratica. Da una parte vogliamo sedere ed essere presenti, dall'altra abbiamo una resistenza a stare solo con quello che c'è, così com'è. Questa ambivalenza non va negata, perché è connaturata alla nostra incarnazione e non possiamo farne a meno. Ma possiamo accoglierla e osservarla. Possiamo osservare la danza energetica tra questi poli contrapposti, che hanno intensità diverse e cangianti. E in questa osservazione manteniamo la qualità dell'equanimità (upekkha) perché se interveniamo con la volontà opereremo una forzatura mentale: le resistenze negate diventeranno agite andando a complicare la nostra relazione col mondo. Lasciamo allora che la nostra disposizione al bene emerga spontaneamente (di sua sponte, di sua volontà). Una volontà energetica e non mentale, l'unica in grado di attingere forza dalle zone più profonde di noi e di prevalere naturalmente sulle nostre resistenze.

Sintesi a cura di Carlo A

In cosa consiste il rinnovamento? Come possiamo utilizzare la postura della pratica per vedere la nuova luce, la rinascita che illumina ciò che non conosciamo? Possiamo rinnovarci ogni istante, lasciare che tutto ciò che c’è accada? Non pre-vedere, pre-sentire , pre-occuparci, ma vedere, sentire ed occuparci, senza che la mente “menta” e senza che la percezione cosciente ne venga influenzata? Possiamo fare diventare la pratica il modello della nostra postura nel mondo? Come possiamo ridurre l’ intera evoluzione del pianeta e della specie umana al piccolissimo schema comportamentale del nostro io che la mente ci propone? Questo respiro non è mai accaduto, tutto quello che accadrà non è mai accaduto. Modificare il nostro approccio al mondo, ecco in che cosa consiste il nuovo. La chiave è praticare utilizzando una coscienza non torbida e lasciare che la mente non riduca, pre-vedendo e applicando schemi del già vissuto, ciò che accade ora, quello che sorge e quello che c’è. Quanta bellezza c'è, quanta vitalità c'è nella semplice sintonia con ciò che sta accadendo. Ciò che è già accaduto è morto, solo ciò che accade nel presente è vivo. Perché mai non volere essere vivi?

In data odierna martedì 17 dicembre i soci riuniti in assemblea straordinaria, valida e con maggioranza qualificata hanno dichiarato lo scioglimento dell'associazione Casasangha. Tutte le attività svolte nel futuro faranno riferimento ad Alberto Cortese

I Soci

Sintesi a cura di Claudia M

Il tema di questa sera riguarda il significato del Natale e della luce spirituale: come il natale avviene nel momento più buio dell'anno, così la luce spirituale può emergere soltanto dalla profondità più oscura del nostro essere. Solo se riusciamo a visitare, penetrare, contemplare l'area più oscura e profonda del nostro essere, se riusciamo a soffermarci in quest'area impenetrabile, diamo la possibilità alla luce di sprigionarsi in tutta la sua potenza energetica. Il buio racchiude il massimo della potenzialità luminosa. Essa può sprigionarsi soltanto se abbiamo il coraggio, la costanza, la perseveranza di attraversare il buio, di compenetrarci in esso, di affrontare gli ostacoli di negazioni, di repressioni, di indifferenze. Non si tratta della luce fredda della ragione, ma della luce calda della potenza dell'Incarnazione. L'umiltà, la modestia e il coraggio di una ricerca quotidiana profonda, ardua, che non dà facili risultati visibili, nutre, alimenta la speranza di cercare, perseguire, scoprire la verità. Non si tratta di ricercare una posizione estatica, ma al contrario di immergersi nell'oscurità degli ostacoli interni che impediscono di contemplare il mistero dell'Incarnazione. Mistero non astratto, logico, o alogico, bensì mistero incarnato, fatto di sangue, di umori, di impulsi vitali, che fa paura, stravolge il nostro quieto vivere, scuote la nostra pigrizia. La sessualità in senso pieno, il dono reciproco di sé è cifra di questo mistero, che è noi ma anche non noi, che è la vita che abitiamo e che ci abita, la vita che ci sostanzia, e ci scuote nell'amore carnale. È l'energia creativa alla base di ogni autentica ricerca di verità, quella scientifica come quella filosofica, umana. La creatività implicita in ogni bambino che nasce e può crescere con il proprio vero sé. Con fatica, con dolore, con coraggio.

Sintesi a cura di Massimo T

“La cessazione va contemplata” è il terzo “compito” fondamentale per il praticante. Fa seguito a “la sofferenza va compresa” e “il sorgere va lasciato andare”. Ciò che va lasciato andare è la reattività, l’emergere spesso tumultuoso delle sensazioni e dei condizionamenti da cui si producono attaccamento, avversione e non-visione. L’io, risultante di tali processi, è di fatto l’oggetto della “cessazione”. Il cessare dell’io rappresenta il punto di equilibrio della pratica meditativa, la sua componente più estatica, il ponte tra la pratica e la vita vissuta eticamente cui si riferisce il quarto compito. Contemplando la “cessazione” possiamo raggiungere momenti di significativo disincanto rispetto all’io e alla sue costruzioni. Contemplare la cessazione è difficile, ma quando si realizza – per intervalli – possiamo finalmente godere di momenti di straordinaria pace e insight: momenti di nirvana antitetici a quelli del condizionamento.

Sintesi a cura di Marco S

Quando ci apprestiamo a sedere per la pratica, con noi si siede anche un io ingombrante. È l'io del meditante, con i suoi obiettivi, la sua visione di se stesso e del mondo, che è una visione personale. Questa postura di pratica non è corretta. Dobbiamo allora cercare quel grammo di impersonale che è in noi e vedere che non siamo noi a praticare, è la pratica che si fa da sé attraverso di noi. Così la vita non accade a noi, ma accade. E in questo non c'è niente di personale. E invece l'io del meditante è convinto della sua importanza e non vede la sua irrilevanza di fronte all'universo, di fronte alle infinite condizioni e percorsi che hanno permesso il nostro essere qui e ora in questo preciso istante. Infiniti flussi che si compenetrano e che hanno una evoluzione del tutto impersonale. Cerchiamo allora di sederci sentendo la natura impersonale di questo atto. Sediamo liberi da questo io ingombrante, liberi di seguire il flusso delle cose e di sintonizzarci con esso. Libertà (dall'io) è fare quello che deve essere fatto. Perché non siamo noi a deciderlo o a farlo. E' solo quello che non può che essere fatto.

Sintesi a cura di Ciro B

Una qualità essenziale della postura della pratica è che sia ardente. Praticare ardentemente significa praticare al limite delle proprie possibilità ovvero con un’intenzione sostenuta e continua ad essere totalmente presenti, momento per momento, all’oggetto di pratica. Siamo stati così invitati a praticare tenendo presente la qualità dell’attenzione. Come un marinaio saggio e forte timona la propria imbarcazione seguendo la rotta con destrezza e piena presenza, l’attenzione è guidata dalla mente che la mantiene e la riporta sull’oggetto di meditazione, ma è l’intero essere con tutta la sua energia a praticare. L’attenzione dovrebbe essere raccolta intorno all’oggetto di pratica ma, pur tenendo in primo piano l’oggetto, l’attenzione copre un campo più ampio. La postura interiore della pratica formale è una metafora del nostro modo di vivere. Si può vivere ardentemente, con attenzione totale ad ogni esperienza, oppure distrattamente lasciando che la mente insegua ogni “sorgere”, soprattutto quelli dell’io. Nella pratica formale, come nella vita, con un’attenzione stabile sostenuta da una forte energia, pur senza sforzi impropri, la mente non solo non si stanca, ma genera un interesse verso l’esperienza che contribuisce, in un ciclo virtuoso, a stabilizzare e rafforzare l’attenzione. In questo procedere, la mente si riempie di pace e di gioia.

Sintesi a cura di Marco S

L'insegnamento e la pratica hanno riguardato il secondo compito(*), quello del lasciare andare (il sorgere dell'io). Ci siamo chiesti perché lo facciamo, perché pratichiamo lo sforzo del lasciare andare? Per essere buoni meditanti? Perché ci fa sentire dalla parte giusta? Perché così ci viene detto di fare? Pratichiamo il lasciare andare per lasciare andare, e niente altro. Se non fosse così, creeremmo un'aspettativa che rappresenterebbe un nuovo sorgere, più sottile e insidioso. Dunque, pratichiamo il lasciare andare perché va fatto. Senza bisogno di aggiungere altro. Naturalmente siamo umani e incarnati, dunque il lasciare andare fine a se stesso può non essere un compito facile. E ci assolveremo se non riusciremo completamente nell'intento. Ma la postura con la quale approcciare il lasciare andare deve essere radicale. E' la postura della Vipassana, radicale. Che è, o non è.


(*) La formulazione dei quattro compiti, precedente alla codificazione braminica delle quattro nobili verità, sembra essere più comprensibile e direttamente collegata alle indicazioni di pratica:

Così è la sofferenza. La sofferenza può essere conosciuta. La sofferenza è stata conosciuta.
Così è il sorgere. Il sorgere può essere lasciato andare. Il sorgere è stato lasciato andare.
Così è il cessare. Il cessare può essere contemplato. Il cessare è stato contemplato.
Così è il sentiero. Il sentiero può essere coltivato. Il sentiero è stato coltivato.

RISORSE


Wisdom for Troubled Times
Traduzione italiana del video di Joseph Goldstein (clicca qui per vedere il video originale)

Fedro - Mito della biga alata
Platone

 
Nessun paracadute, nessun terreno
Testo di Joseph Goldstein

 
Appunti di Pratica di consapevolezza


Mahāsatipaṭṭhāna Sutta
Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale. (Dīgha Nikāya, 22)
a cura di Claudio Cicuzza


Convegno - Il Cuore della Mindfulness
03/11/2019 - Castelnuovo di Porto RM
Intervento di Alberto Cortese