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Materiali a supporto degli insegnamenti

Cronache da Via Montello

Quando ci apprestiamo a sedere per la pratica, con noi si siede anche un io ingombrante. È l'io del meditante, con i suoi obiettivi, la sua visione di se stesso e del mondo, che è una visione personale. Questa postura di pratica non è corretta. Dobbiamo allora cercare quel grammo di impersonale che è in noi e vedere che non siamo noi a praticare, è la pratica che si fa da sé attraverso di noi. Così la vita non accade a noi, ma accade. E in questo non c'è niente di personale. E invece l'io del meditante è convinto della sua importanza e non vede la sua irrilevanza di fronte all'universo, di fronte alle infinite condizioni e percorsi che hanno permesso il nostro essere qui e ora in questo preciso istante. Infiniti flussi che si compenetrano e che hanno una evoluzione del tutto impersonale. Cerchiamo allora di sederci sentendo la natura impersonale di questo atto. Sediamo liberi da questo io ingombrante, liberi di seguire il flusso delle cose e di sintonizzarci con esso. Libertà (dall'io) è fare quello che deve essere fatto. Perché non siamo noi a deciderlo o a farlo. E' solo quello che non può che essere fatto.

MS

Una qualità essenziale della postura della pratica è che sia ardente. Praticare ardentemente significa praticare al limite delle proprie possibilità ovvero con un’intenzione sostenuta e continua ad essere totalmente presenti, momento per momento, all’oggetto di pratica. Siamo stati così invitati a praticare tenendo presente la qualità dell’attenzione. Come un marinaio saggio e forte timona la propria imbarcazione seguendo la rotta con destrezza e piena presenza, l’attenzione è guidata dalla mente che la mantiene e la riporta sull’oggetto di meditazione, ma è l’intero essere con tutta la sua energia a praticare. L’attenzione dovrebbe essere raccolta intorno all’oggetto di pratica ma, pur tenendo in primo piano l’oggetto, l’attenzione copre un campo più ampio. La postura interiore della pratica formale è una metafora del nostro modo di vivere. Si può vivere ardentemente, con attenzione totale ad ogni esperienza, oppure distrattamente lasciando che la mente insegua ogni “sorgere”, soprattutto quelli dell’io. Nella pratica formale, come nella vita, con un’attenzione stabile sostenuta da una forte energia, pur senza sforzi impropri, la mente non solo non si stanca, ma genera un interesse verso l’esperienza che contribuisce, in un ciclo virtuoso, a stabilizzare e rafforzare l’attenzione. In questo procedere, la mente si riempie di pace e di gioia.

CB

L'insegnamento e la pratica hanno riguardato il secondo compito(*), quello del lasciare andare (il sorgere dell'io). Ci siamo chiesti perché lo facciamo, perché pratichiamo lo sforzo del lasciare andare? Per essere buoni meditanti? Perché ci fa sentire dalla parte giusta? Perché così ci viene detto di fare? Pratichiamo il lasciare andare per lasciare andare, e niente altro. Se non fosse così, creeremmo un'aspettativa che rappresenterebbe un nuovo sorgere, più sottile e insidioso. Dunque, pratichiamo il lasciare andare perché va fatto. Senza bisogno di aggiungere altro. Naturalmente siamo umani e incarnati, dunque il lasciare andare fine a se stesso può non essere un compito facile. E ci assolveremo se non riusciremo completamente nell'intento. Ma la postura con la quale approcciare il lasciare andare deve essere radicale. E' la postura della Vipassana, radicale. Che è, o non è.


(*) La formulazione dei quattro compiti, precedente alla codificazione braminica delle quattro nobili verità, sembra essere più comprensibile e direttamente collegata alle indicazioni di pratica:

Così è la sofferenza. La sofferenza può essere conosciuta. La sofferenza è stata conosciuta.
Così è il sorgere. Il sorgere può essere lasciato andare. Il sorgere è stato lasciato andare.
Così è il cessare. Il cessare può essere contemplato. Il cessare è stato contemplato.
Così è il sentiero. Il sentiero può essere coltivato. Il sentiero è stato coltivato.

MS

RISORSE

Mahāsatipaṭṭhāna Sutta
Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale. (Dīgha Nikāya, 22)
a cura di Claudio Cicuzza


Convegno - Il Cuore della Mindfulness
03/11/2019 - Castelnuovo di Porto RM
Intervento di Alberto Cortese