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Cronache da Via Montello Online

Sintesi a cura della  Redazione

Evochiamo un altro dei sette fattori dell’illuminazione: l’interesse. Ma cosa è davvero interessante in quello che sta ora accadendo dentro ciascuno di noi? È forse interessante come pratichiamo, se lo facciamo bene o male alla luce delle idee del nostro io? Ciò che veramente è interessante è come stanno le cose non per il nostro singolo meditare, ma il processo, l’accadere, il farsi della pratica in sé al di là della nostra ossessione per la nostra pratica individuale. Ciò che è veramente interessante è la natura del bel processo che è il praticando, qualcosa che ci riguarda e non ci riguarda personalmente. È un interesse disinteressato per il mistero, la bellezza di quel fenomeno chiamato pratica. Che cos’è, come avviene, quando avviene, lo spostamento di ottica interna, cosa cambia veramente quando stiamo praticando e quando invece siamo persi nelle convulsioni del quotidiano? Come accade che qualche volta la pratica si approfondisce, la mente si fa più chiara, lo sforzo nullo, e invece alle volte è dura, convulsa, ostacolata? Il processo è interessante in sé, non nella sua incarnazione in ciascuno di noi. Senza un interesse ampio, profondo e spersonalizzato non c’è visione, non c’è insight. Se per alcuni il farsi della pratica in sé è un fenomeno troppo astratto, proviamo a portare il nostro interesse su un fenomeno piu concreto, per esempio il respirare, semplicemente pensando che nessuno, nessuno, smette di respirare. Proviamo a interessarci a questo processo senza pensare che è il nostro corpo che sta respirando, ma prestando attenzione al mistero, alla bellezza e alla fine all’inafferrabilità del respiro in sé che tutti ci accomuna. Quanto è leggero, libero, liberatorio un interesse non confinato nel proprio io, ma interessato ai fenomeni in quanto tali, non percché accadono a noi, ma semplicemente perché accadono. Quanti di noi si siedono pensando di fare il proprio interesse? Ma il paradosso dell’interesse è che meno siamo interessati ai nostri interessi, più facciamo i nostri interessi. Tutta la patologia della mente sta nell’occuparsi di se stessa, del proprio ombelico. Quando diciamo che la pratica è faticosa è perché ci stiamo immergendo nel nostro io, e non nella realtà dei fenomeni. L’interesse disinteressato porta luce, porta gioia: interesse e gioia sono la stessa parola nel canone buddista. Questo ha senso perché è l’opposto della tristezza, della patologia di chi è rinchiuso nell’io. Una gran parte della partita della nostra esistenza si gioca proprio su questo: su dove dirigiamo l’interesse.

Sintesi a cura della  Redazione

Oggi esploriamo direttamente la nostra energia in questo momento. Stiamo praticando, voi all’ascolto e io al dire, sentiamo che tutto questo non si realizzerebbe se ciascuno di noi non mettesse in campo la propria energia, un’energia volontaria e capace di sostenere il nostro impegno di pratica in questo momento. Potete sentirla, sta là, tanta, poca, stabile, irregolare. Questa energia è composta almeno da tre grandi filoni: io voglio essere qui a praticare, io devo essere qua perché lo sento un dovere, una cosa giusta per me e per gli altri e io posso, quanto lo posso. Quale delle tre componenti vi sembra carente e quale ben sviluppata o c’è un flusso energetico armonizzato? E’ un’esplorazione che riguarda la pratica in questo istante ma di fatto riguarda tutti i momenti della nostra vita. Stiamo conoscendo in questo momento, senza giudizio, la realtà energetica del nostro sforzo di pratica, la nostra volontà di essere presenti, con tutti i suoi limiti e tutti i suoi punti di forza. Stiamo ascoltando il retto flusso energetico che sostiene la pratica, virja, retta energia senza sforzo. Basta una mente tranquilla, non giudicante, un’esplorazione morbida, attenta ai livelli energetici della pratica per rendere l’energia dell’io devo, l’io voglio, l’io posso armonizzata e potentissima. Si realizza da dentro, da sola. Questo spiega come a livello di pratica e di assorbimento più alti lo sforzo è assente, la percezione della fatica sparisce con la caduta della resistenza personale al fluire libero dell’energia impersonale, libera e naturalmente armoniosa. Per praticare serve una energia di base ma la pratica produce altra energia che resta a disposizione anche per altri compiti esistenziali. Qui sta un segreto e un mistero: la pratica che richiede all’inizio uno sforzo regala una grandissima massa energetica, è più l’energia che si riceve che quella che si mette. Quando le cose stanno così il primo fattore dell’illuminazione è realizzato, la pratica si fa da sola e la parola sforzo appare del tutto inadeguata.

Sintesi a cura della  Redazione

Prendiamo contatto con le tre energie di base del retto sforzo: io voglio, io posso, io devo. Sentiamo la complessa relazione con ognuna di queste forze dentro di noi. Abbiamo cominciato a familiarizzarci con queste energie, ne vediamo la risonanza nelle nostre vite, sul piano strettamente personale. Facciamo però uno sforzo, focalizzandoci sull’io voglio: lo sentiamo dentro di noi ma è solo una manifestazione di una forza più universale, un’energia che esiste ovunque, in tutti gli esseri, in tutti i fenomeni del pianeta e del cosmo. C’è un voler essere in manifestazione, un’energia universale che sostiene questo io voglio così tanto personale. Non dobbiamo cercare una comprensione concettuale, ma cercare di sentire la fonte, l’origine di questa volontà di incarnazione e di trasformazione. Cerchiamo una sintonia, un’apertura tra il volere dentro di noi e il volere fuori di noi. La nostra volontà non è separata dalla volontà di esistere di tutti gli altri esseri viventi e della stessa cangiante natura dei fenomeni materiali. L’io voglio corrisponde ad una volontà creatrice, la volontà di manifestarsi dell’universo.
Facciamo lo stesso con l’io devo. Il devo è il luogo della necessità, di ciò che deve essere compiuto e non può essere evitato. Aderire a questo devo è fare ciò che deve essere fatto, ciò che è inevitabile che accada. Opporsi è come navigare controcorrente. Agevolare il processo che è già in atto è un atto di saggezza, e questo vale per la nostra sfera personale come per tutti i fenomeni della manifestazione. Io devo non è un’imposizione, è una comprensione di ciò che è buono, bello e sano. Noi possiamo non fare ciò che dobbiamo, siamo liberi, ma questo significa contrastare ciò che è evolutivo e produce sofferenza presente e futura. Cerchiamo di sintonizzarci con questo flusso energetico universale, Parliamo di un piano energetico, non contenutistico: io voglio, sono nel flusso, creo il flusso, lo trasformo; io devo e quindi non ne esco.
E poi c’è l’io posso. Ogni fenomeno, e quindi anche l’incarnazione umana, è un sistema complesso di poteri. Il nostro potere personale si inserisce in un sistema di poteri, familiari, sociali, economici. Il modo come noi esercitiamo il nostro potere è decisivo. rinunciarci sarebbe un atto di ignavia, esercitarlo illegittimamente sarebbe contronatura. Cerchiamo di percepire il nostro potere personale come una funzione del grande corpo dell’umanità. Pensiamo a quanti poteri esercitiamo su noi stessi e sugli altri e quanto solo un potere legittimo, che fa gli interessi più generali possibile, è un potere giusto.
Ricordiamo questo: quando ci relazioniamo con io voglio, io devo, io posso, siamo in relazione con energie che attraversano tutti i fenomeni dell’universo.

Sintesi a cura della  Redazione

L’affermazione io posso, (io lo posso) dà spesso luogo a due reazioni estreme. Una depressiva: io non posso (anche se ci provassi, non potrei). Un’altra onnipotente: io posso anche ciò che non è possibile. La via di mezzo è costituita da un io posso caratterizzato da fattori (realismo, stabilità, equilibrio, saggezza, visione) che determinano l’efficacia del potere personale. L’io posso è il luogo della prassi, a differenza dell’io devo (luogo dell’etica) e dell’io voglio (luogo del sogno). Il potere personale ha esiti diversi a seconda delle condizioni in cui agisce ma anche dell’umore che lo accompagna: se questo è instabile o agitato, i risultati saranno negativi. Il potere personale può essere osceno e illegittimo se è privo di una legittimazione interna (sento che questa prassi è giusta) e esterna (questa prassi è stata validata/autorizzata da una fonte autorevole). Il potere personale deve armonizzarsi con le condizioni del mondo della vita, nelle sue diverse articolazioni (sociali e naturali), rispettandone le gerarchie implicite. Altrimenti, quando è prodotto di un io sregolato, crea danni. Le precedenti considerazioni assumono ulteriori valenze laddove il potere personale tende a manifestarsi come potere spirituale. In campo spirituale, la carenza di un potere dotato di competenza e legittimità è spesso correlata a un agire che mercifica valori fondamentali e si espone a inevitabili fallimenti.

Sintesi a cura della  Redazione

Torniamo a prendere contatto con l’energia emotivo affettiva dell’io voglio, io posso, io devo. Io voglio e io posso sono sostanzialmente energie relative alla nostra dimensione personale che sente l’io devo piuttosto estraneo, non voluto. La questione che si pone è essenziale: io voglio, io posso ma io sento di doverlo? Scegliete qualcosa di problematico nella vostra esistenza, un’area difficile, cercate di contattare le emozioni della dimensione personale del nostro desiderio - io lo voglio- e della nostra possibilità di realizzarlo - io lo posso - e poi la domanda relativa a qualcosa che ci appartiene e non ci appartiene: ma io davvero lo devo? Molte parti della nostra vita sul piano personale hanno nel devo un punto critico. Eppure la direzione sta in quello che dobbiamo fare, sta in quello che sentiamo il nostro dovere, sta tutta nell’io devo. In contatto con la profondità e l’ampiezza del vostro essere, della vostra vita in questo momento, sinceri con voi stessi, senza giudizio riproponetevi la domanda: che cosa davvero dovrei/debbo fare? Ci stiamo consegnando a quello che concepiamo come una specie di interlocutore difficile se non un avversario della nostra persona. Questo devo concreto è una corrispondenza con qualcosa che ci trascende. Ci sono alcune cose che non debbono essere fatte ed altre che vanno coltivate, ma la direzione viene dalla risposta alla domanda: cosa deve essere fatto? Possibile che non voglia vedere i "miei devo" e non sentire che sto sprecando le mie risorse in ciò che non è necessario perché le abitudini e la pigrizia esistenziale si oppongono? Dobbiamo ascoltare il devo come se fosse un amico, non come qualcosa di estraneo. Possiamo smettere l’inutile battaglia interna tra l’io devo e l’io voglio, che paralizza l’io posso? Lo sforzo deve essere retto dunque non dobbiamo farlo sulle forze del solo dovere ma con l’assenso del voglio con un’apertura di cuore e volontà e l’io posso fluirà senza resistenze. Adesso fate una breve investigazione e pensate a cose che non state facendo in questo momento della vostra vita. Cos’è che devo fare e non faccio pienamente e se io lo realizzassi sarei più felice o infelice? Sono sicuro che ciascuno di voi sarebbe più felice, sarebbe più pienamente in vita. Dice il Buddha: “ l’Unico desiderio di un uomo e di una donna saggia è fare ciò che deve essere fatto. Così vive libero da ogni affanno e da ogni preoccupazione”. Pacificate il devo e il voglio liberandovi dalle inutili resistenze a ciò che deve essere fatto e lo sforzo sarà irrilevante perché l’io posso sarà talmente potente che ogni sforzo sarà senza sforzo.

Sintesi a cura della  Redazione

Esploriamo il rapporto tra io voglio, io posso e io devo dentro di noi. Ciascuno di noi ha settori della propria vita in cui vorrebbe, potrebbe, dovrebbe svolgere compiti, prendersi cura, affrontare temi e problemi che sta però evitando. Possiamo desiderare progressi di qualsiasi genere, ma non agiamo di conseguenza, ci sentiamo impotenti o poco determinati a perseguire i nostri obiettivi con il retto sforzo, siano essi nel campo della famiglia, o del lavoro, o della cura di sé o della ricerca spirituale. Scegliamo uno solo di questi nodi dove effettivamente vorremmo essere più attivi e meno sciatti. Sappiamo che dovremmo ma ci sembra di non potere, di non avere la forza di affrontare ciò che dovremmo. Sentiamo la pressione dell’io devo: ”sì, lo dovrei proprio fare”; oppure: ”no, questo non lo dovrei proprio fare”. Sentiamo tutto il disagio creato da questo io devo che sta lì, bussa continuamente alla porta, insiste, si fa sentire, non ci lascia in pace. Percepiamo la pochezza, l’aridità dell’io posso di fronte al nodo che ci proponiamo di affrontare. Com’è il rapporto con l‘io devo che non si realizza e l’io posso che non esprime potenza? Facciamone esperienza: senza giudicare, senza scoraggiarci, senza dogmatismi. Sentiamo l’inquieta paralisi nella quale ci troviamo. Quello che veramente manca non è l’urgenza dell’io devo, né la capacità dell’io posso. Quello che manca è l’io voglio: senza un io voglio pienamente aderente all’io devo, l’io posso è inerte. Chiediamoci se quello che dovremmo e potremmo lo vogliamo davvero. O se il nostro volere non è invece pieno di titubanze, buchi, dubbi, incostanza. Il problema è nell’io voglio che vuole e non vuole. È come un semaforo né verde né rosso: un semaforo giallo che non permette all’energia di scorrere. Con il giallo non si passa. È un imbroglio, un autoinganno: davvero non posso volere cio che devo in modo più limpido, chiaro e soprattutto più costante? È questo il punto. Non è un’azione di forza quella che libera dagli ostacoli, è un’azione sottile e costante. Si dice sempre forza di volontà, ma si dovrebbe parlare invece di continuità della volontà. L’io voglio è molto sensibile alla nostra consapevolezza, alla nostra presenza mentale. Per mantenerlo equilibrato, realistico e costante dobbiamo essere presenti a noi stessi: ”io lo voglio e lo voglio ancora e ancora. L‘ho voluto ieri, lo voglio oggi, lo vorrò domani”. Che lo devo lo so, che lo posso è nei fatti, che lo voglio dipende invece solo da me. Esploriamo questa dimensione. Io voglio: lavorare meglio perchè lo devo e lo posso; studiare di più perchè lo devo e lo posso; alzarmi presto perchè lo devo e lo posso; essere gentile perchè lo devo e lo posso, non sprecare tempo perché lo devo e lo posso. Senza il nostro assenso continuo, morbido, non forzato, non c’è pratica che tenga, e perfino non c’è dovere che tenga. Non è un atto di forza, ma di sapienza, di visione, di consapevolezza, di libertà. Libertà dalle resistenze, dall’oscurità, dai blocchi. Nell’io voglio c’è la nostra libertà, è lì che si gioca la partita.

Sintesi a cura della  Redazione

Oggi il discorso ha uno stile e uno scopo diverso dal solito. È infatti finalizzato a fornire alcune basi di informazione/conoscenza utili per le successive sessioni che saranno di carattere meditativo e orientate a cogliere la natura di io devo, io voglio, io posso e le loro interrelazioni, proseguendo quanto già precedentemente avviato.
Esistono almeno tre tipi di io devo e ciò rende complessa la dialettica con l’io voglio. Il primo tipo è “biologico”, naturale, reso molto potente dal suo legame con la vita: la vita personale, quella delle cerchie più prossime, quella comunità o ideali cui si annette un estremo valore. Si manifesta in tutta evidenza nei casi di pericolo estremo, in cui la vita è in pericolo e si attivano energie spontanee e latenti, fuori dal comune. In questi casi l’io devo è naturalmente congiunto con l’io voglio e l’io posso, fino al punto di riuscire in ciò che non si immaginava possibile. E tuttavia se l’io posso non ha basi sufficientemente solide corre il rischio di bloccarsi, fino alla paralisi e al panico.
Il secondo tipo di io devo è “personale”, legato a situazioni in cui prevalgono routine e valori diffusi e condivisi (es. “devo studiare”, devo guadagnare”). Questo io devo è più debole del precedente. Per trasformarsi in io posso con risultati tangibili ha bisogno del semaforo verde dell’io voglio: cosa che spesso non accade in quanto l’io voglio è soggetto a intermittenze. E non può che essere così: l’umano non è un automa, il suo agire deve essere sorretto da una volontà profonda. Ci deve essere una sintonia, un accordo (che contiene il “cor” del cuore) tra dovere e potere, mediato dal volere autentico. In genere, la mancata realizzazione di ciò che era inteso come dovuto è legata al fatto si tratta di qualcosa in realtà non voluto. La domanda “lo voglio veramente?” è fondamentale quando si percepiscono contraddizioni tra questi due termini.
Il terzo tipo di io devo è quello “impersonale” o “transpersonale”, situato nella dimensione di un “essere al mondo” primigenio, dotato della stessa forza dell’io devo biologico e quindi direttamente connesso all’io voglio e all’io posso. Tuttavia anche questo io devo può subire condizionamenti soggettivi analoghi a quelli dell’io devo personale, soprattutto quando si dirige verso finalità e progetti altruistici. In questi possono verificarsi disallineamenti e contraddizioni. Ciò che appariva come un io devo spinto dalle più elevate intenzioni può andare incontro a fallimenti legati all’inconsistenza dell’io posso che avrebbe dovuto sorreggerlo. In questi casi le intenzioni si rivelano frutto di deliri e proiezioni psicotiche. E la carenza dei mezzi realmente messi in campo denuncia quella dei fini immaginariamente concepiti.

Nelle prossime sessioni i tre tipi di io devo, e quanto è ad essi connesso, saranno trattati come fattori energetici ai quali rivolgere la consapevolezza meditativa.

Sintesi a cura della  Redazione

Cominciamo a rivolgere con calma la nostra attenzione alla dimensione emotivo affettiva e proviamo a vedere quali reazioni suscita nel campo emotivo l’affermazione: IO POSSO. Possiamo sentire le emozioni legate a un senso relativo di potenza e le emozioni legate a un senso di impotenza. C’è sempre un leggero squilibrio: io posso e il dubbio che accompagna alle volte questa affermazione, ma lo posso veramente? Sentite questa duplicità emotiva dell’io posso. Io voglio è spesso molto chiaro ma l’io posso è spesso molto oscillante. L’io posso può essere esaltato, maniacale e altrettanto depresso, sfiduciato. Sentite la chiara bipolarità, la difficoltà dell’equilibrio nell’affermazione: IO POSSO SOLO QUELLO CHE POSSO MA QUELLO CHE POSSO LO POSSO TUTTO. Questo equilibrio potente, costruttivo dell’io posso è raro perché è raro il nostro realismo: NON POSSO TUTTO, MA QUELLO CHE POSSO LO POSSO TUTTO, A PIENO. La frustrazione di non potere tutto e allo stesso tempo la consapevolezza, la forza di potere tutto ciò che è in nostro potere. Portiamo l’io posso ad incontrare l’io voglio: IO POSSO VOLERE SOLO QUELLO CHE POSSO. Vogliamo quello che non possiamo e questo non dà pace, crea conflitto, disagio, disarmonia. Cerchiamo di sentire con cuore aperto l’io posso e l’io voglio fusi insieme: posso volere solo quello che posso e il conflitto è risolto.

Sintesi a cura della  Redazione

Come detto la scorsa volta, iniziamo questo percorso di esplorazione dei sette fattori del risveglio. Cominciamo con il retto sforzo (giusta energia).

IO VOGLIO
Prendiamo contatto con lo stato emotivo affettivo e sollecitiamo le nostre reazioni emotive alla potente, audace, affermazione: Io voglio. Io lo voglio. Voglio essere presente, voglio essere consapevole, voglio praticare. Sembra un’affermazione facile, ma emotivamente non lo è affatto: posso sentire questa energia senza blocchi, inibizioni, persino sensi di colpa? È un volere chiaro, fluido, diretto, oppure è debole, incerto, discontinuo? Stiamo parlando della nostra volontà personale, non si tratta del fiat voluntas tua. Ascoltiamo bene la potenziale potenza di questo sì, io voglio. Ci sentiamo pienamente legittimati? Quali emozioni accompagnano questa affermazione? Che reazioni ci suscita questo volere? Come lo viviamo?

IO VOGLIO E IO POSSO
Poi proviamo ad avvicinare l’io voglio all’io posso. Attenzione: non ci avviciniamo all’io posso in sé, ma ci avviciniamo dal punto dell’io voglio, con i suoi occhi. Io voglio e lo posso, io voglio, ma non lo posso, io voglio ma non so se lo posso. Qual è la relazione emotiva quando accostiamo queste due affermazioni? L’io voglio si contrae o si espande, si rafforza o indebolisce, trema o si stabilizza rispetto all’io posso?

IO VOGLIO E IO DEVO
Poi portiamo l’io voglio a incontrare l’io devo: incontro spesso difficile, dinamico, conflittuale. Come stanno le cose dentro di noi? Le fonti dei due sono molto diverse: l’io voglio ha una fonte organica, vitale profonda, l’io devo ha una fonte più impersonale. Tanto personale l’io voglio, tanto impersonale l’io devo. Dunque come si incontrano emotivamente, che legame stabiliscono o non stabiliscono? L’io voglio contrasta , non tollera, si ritrae, si innervosisce di fronte all’io devo? Siamo nel campo più delicato del retto sforzo e di ogni sforzo umano: volere e dovere faccia a faccia. Stiamo esplorando la profondità del nostro muoverci nel mondo, il frequente contrasto è spesso apparente ma c‘è: sensi di colpa, fughe, assenza di ascolto interno. Questo mina le nostre potenzialità? E quanto? Stiamo parlando di energie molto sottili, complesse, radicali che riguardano tutti gli agiti e prima di tutto l’agito della pratica. Tutto il nostro agire nel mondo riguarda l’equilibrio di voglio, posso e devo.

Sintesi a cura della  Redazione

Torniamo ancora una volta al nostro campo emotivo, sentendolo in questo preciso istante. Cerchiamo di cogliere com’è, che cosa c’è in esso. In genere non siamo portati a entrare in questo contatto. Eppure il campo emotivo è sempre lì: fluido, mercuriale, in continua risonanza con le sensazioni corporee che ne sono effetto e causa. Cerchiamo di affinare l’ascolto. Cerchiamo di attivare una contemplazione capace di coglierne lo stato energetico, nelle sue vibrazioni, nei suoi colori, nelle sue reazioni più sottili. Manteniamo il contatto senza pregiudizi, senza costrutti mentali rigidi, come se stessimo di fronte ad un fenomeno attraente ma per alcuni aspetti non del tutto comprensibile. Senza sforzo. Sentiamo ciò che è possibile sentire. Va bene in ogni caso. Ciò che conta è l’intenzione di aprirci alla verità della presenza del campo emotivo. Sapendo che in questo modo cambiamo la qualità del nostro esser-ci. Attiviamo questa modalità del sentire che rende liberi e che non richiede di dover tutto comprendere. E tuttavia può giovarsi di alcuni costrutti che permettono di affinare la contemplazione, tra i quali, in primis, i “sette fattori del risveglio”: consapevolezza, investigazione, energia, gioia, concentrazione, serenità, equanimità. Ciascuno di questi sarà oggetto di approfondimento nei successivi incontri.

Sintesi a cura della  Redazione

Dopo aver preso contatto con il nostro corpo fisico e la nostra mente, prendiamo contatto con tutta calma, col nostro mondo emotivo affettivo. Com’è il nostro contatto con il mondo emotivo affettivo? Stabile, instabile, chiaro, distinto e soprattutto come avviene emotivamente questo contatto? Con quali emozioni, con quale attitudine emotiva stiamo prendendo contatto con il nostro mondo emotivo? Non è un gioco di parole. È un punto cruciale della nostra pratica e un punto cruciale di cambiamento della nostra vita. Qual è la modalità emotiva con cui ci approcciamo al mondo emotivo? Interesse, noia, aspettativa, controllo, paura, serenità , perplessità, gioia, diffidenza. Non stiamo esplorando la profondità del nostro mondo emotivo affettivo in questo momento, stiamo esplorando la qualità del nostro contatto al mondo emotivo, la modalità emotiva con cui ci approcciamo all’esplorazione. La percezione di questa qualità del contatto, è un punto fondamentale di possibili radicali cambiamenti. E adesso cerchiamo di sentire in questo contatto, un’intenzione di pace profonda. Possiamo sentire che la stessa qualità di contatto pacificata si diffonde a tutto il nostro mondo emotivo - dolore, paura o gioia - e sentiamo che profondamente il nostro mondo emotivo si rasserena. Il nostro mondo emotivo tende ad assorbire la qualità del nostro contatto con esso. Stiamo esplorando la plasticità reattiva del campo emozionale alla qualità del nostro approccio. Il modo emotivo con cui contattiamo l’insieme del mondo emotivo lo influenza, lo colora e questo può cambiare la base emotiva con cui noi stiamo al mondo, la qualità della nostra esistenza.

Sintesi a cura della  Redazione

Lasciamo sullo sfondo corpo e mente - pur essendone consapevoli - e poniamo invece particolare attenzione al nostro campo emotivo. Proviamo a percepirlo nel suo continuo variare, istante dopo istante. Può sembrarci che non abbia alcun contenuto definito, ma questo non vuol dire che non sia presente e che non stia vibrando. È sempre qui, attivo, e determina il nostro pensare e persino il nostro sentire fisico. Non abbiamo molte parole per descrivere la sua ricchezza e complessità: una danza di energie, colori, vibrazioni emozionali diverse, alcune delle quali non possono neanche essere nominate. Ma questo non deve spaventarci o scoraggiarci. Cerchiamo di prendere contatto con questa dimensione sottile e sensibilissima senza giudizi, senza definizioni, senza cercare di classificare. Puro ascolto. Stiamo sentendo, non definendo. Qual è il suo vibrare di fondo, come cambia, accelera, rallenta, si turba, si quieta? La mente non riesce ad afferrarlo. Entriamo in questo bosco dove tutto si muove e ha principio, alla sorgente del nostro agire e sentire. Ma non cerchiamo di afferrare qualcosa, dobbiamo solo e semplicemente cercare di intonarci, di affinare l’orecchio della coscienza, di metterci in ascolto senza fare rumore: percepiamo i fruscii, i piccoli segnali, i lievi spostamenti del campo emotivo. Siamo esploratori silenti e accoglienti: una mente giudicante e interpretativa fa svanire ogni contatto, se ne impossessa, lo altera e lo uccide. Non spaventiamoci se il bosco ci sembra disabitato, o se addirittura non lo troviamo. Esiste, è qui, pronto ad essere accolto e ad accogliere la nostra attenzione.

Sintesi a cura della  Redazione

Alcune fondamentali istruzioni di meditazione riguardano l’attitudine meditativa (che deve essere aperta, non-giudicante) e il rapporto tra mente e sensazioni fisiche e mentali (la mente ricerca quelle piacevoli e rigetta le spiacevoli). Ma, volendo andare più avanti nel cammino meditativo, conviene allenarsi a cogliere l’onnipresenza della dimensione affettivo-emozionale come importante mediatore tra mente e sensazioni. Nella mente-cuore (citta), aspetto fondamentale del dharma, si muovono continuamente impulsi emotivi che possono essere anche molto sottili ma che hanno un forte potere di condizionamento dei modi in cui vediamo il mondo e ci comportiamo. La pratica meditativa deve quindi puntare molto sui fenomeni emotivi e sul loro intreccio con quelli fisici e mentali nel momento presente, cogliendo la complessità del nostro esserci in ogni singolo istante. Una vera pratica di contemplazione deve svolgersi nello spazio sottile della nostra presenza mentale emozionalmente orientata. Questo spazio è impraticabile se si va in cerca di semplificazioni. Semplificare è un’illusione della mente pigra. Le cose si fanno difficili quando ci ostiniamo a volerle vedere in termini semplificati. In tal modo il non-vero prende il sopravvento e non si attiva la consapevolezza dei “tre livelli” (fisico, mentale e emotivo) senza la quale non saremo mai liberi.

Sintesi a cura della  Redazione

Prendiamo immediatamente contatto con la nostra dimensione emotivo affettiva, così come siamo, con tutti i residui della giornata. Possiamo sentire il nostro campo emotivo affettivo non perfettamente disteso, uno stato di leggero nervosismo. Quello che vogliamo sperimentare è esattamente uno stato di leggera agitazione interna, anche la mia voce, più tesa del solito, lo sta stimolando. Sentiamo proprio l’energia di fondo del nostro campo emotivo non stabile, inquieta. In qualcuno potrebbe prevalere l’irritazione, in altri l’interesse o addirittura il rifiuto. Non ha importanza, l’importante è la connessione esplorativa con ciò che non è quieto nel campo emotivo in questo momento. E adesso con tutta calma, cambiando anche io il tono di voce, cerchiamo di acquietare ciò che prima era mosso, cerchiamo di lasciare andare, di distendere. Stiamo sperimentando nel campo emotivo affettivo la differenza energetica tra uno stato agitato perfino nervoso e uno stato energetico più tranquillo, disteso. Godiamoci per un po’ questo processo di ingresso in una dimensione interna meno mossa, più distesa, più accogliente. Stiamo sperimentando che il campo emotivo affettivo è sempre aperto alle sollecitazioni interne ed esterne e che è sollecitabile volontariamente specialmente quando è disteso. Una connessione stabile, attenta al campo emotivo affettivo è parte essenziale della pratica, in un contatto profondo, intimo col mistero della dimensione emotiva. Ogni volta che riprendiamo questo contatto vediamo i colori che in questo momento sono presenti, i suoni, le vibrazioni nella parte più tenera, più sensibile a volte più intensa, più poetica, più drammatica di noi: il dono della dimensione emotivo affettiva

Sintesi a cura della  Redazione

Che cos’è il fenomeno complesso che chiamiamo campo emotivo? Noi ce ne accorgiamo solo quando un‘emozione emerge, si impone, talmente forte e invadente da richiamare la nostra attenzione. Ma in realtà la dimensione emotiva è sempre attiva dentro di noi, sia che ne siamo consapevoli sia che non lo siamo: di giorno, di notte, in sonno, nei sogni. Qualche volta ci stupiamo dell’intensità provocata da un sogno: è perché il campo emotivo può non avere altra strada per giungere fino a noi, che normalmente lo ignoriamo, lo rimuoviamo. Invece con esso noi dovremmo essere sempre in contatto al di là delle singole emozioni, per percepirne la presenza, la complessità, la ricchezza, la potente energia, la bellezza: un insieme cangiante di vibrazioni, colori in costante divenire, una gamma di frequenze che si sommano, si contrastano, si armonizzano in variazioni infinite e sottili. Ma noi siamo abituati a prendere coscienza solo di un’emozione alla volta, quella che cresce e si impone dentro di noi, classificandola con un alfabeto mediocre, con parole povere e riduttive, spesso sbagliate e fuorvianti, che non ne colgono lo spessore: parliamo di rabbia, ad esempio, ma nessuna rabbia ê uguale a un’altra, e dovremmo saper vedere quante altre emozioni l’accompagnano, potremmo scoprire che può contenere persino della pietas per la persona con la quale ce la stiamo prendendo. La mente operativa non sa cogliere questa ricchezza. Joseph Goldstein dice che noi guardiamo il campo emotivo come una nebbia, una nube indistinta. Non sappiamo vedere, siamo ciechi e sordi: una pratica attenta e costante ci aiuta a superare questa cecità e ad aprirci all’intelligenza emotiva, che attraverso la pratica si sviluppa e si fortifica. ci può far ascoltare il campo emotivo proprio quando è più silente, quando si manifesta come un pianissimo musicale, come l’armonia di un violino lontano. Se questa dimensione ci è familiare allora possiamo nutrirla, possiamo piantare nel suo campo semi e colori, con calma e pazienza, così come facciamo con la mente che impariamo a coltivare con pensieri non sciatti, o disutili. Il campo emotivo-affettivo è altamente energetico, più forte del campo mentale perché è più arcaico, antico, vitale. La mente può viverlo come un impaccio, un intralcio: niente sarebbe più diabolico. Perché noi non sappiamo nulla di noi stessi né degli altri se non entriamo in contatto con il campo emotivo. Esso non è la nostra debolezza, ma la nostra forza: è lì che si apre il cuore, la compassione, la pietas, la commozione dell’esistere, la percezione di ciò che è buono e ciò che non lo è. La saggezza ha bisogno di due campi completamente aperti: quello mentale e quello emotivo.

Sintesi a cura della  Redazione

Le emozioni, lo stato emozionale e i pensieri di solito non si manifestano in modo univoco e distinto. Si mescolano e si contrappongono generando “i colori del nostro agire” e influenzando le nostre relazioni. Nelle relazioni con chi ci è più prossimo rabbia, paura e apertura del cuore si presentano tra loro intrecciate. L’avversione tinta di rabbia è spesso l’altra faccia di un attaccamento affettivo a qualcuno che abbiamo paura di perdere. Se poniamo attenzione all’apertura del cuore verso chi ci è più caro – senza pregiudizi, senza dare nulla per scontato – troviamo che in fondo non manca mai uno spunto aggressivo. Dobbiamo essere consapevoli di questi fenomeni o rischiamo di esserne agiti. Analogamente, nelle nostre relazioni sociali desideriamo di essere accolti, compresi e apprezzati ma contemporaneamente scopriamo che in noi ci sono invidia e attitudini difensive. L’aspetto più difficile di questa coesistenza di opposti riguarda comunque noi stessi. La mente giudicante si scatena contro i nostri limiti, veri o presunti. Ci guarda con gli occhi di genitori crudeli. È necessario molto coraggio per smentire le sue narrazioni rabbiose. Cercare la nostra verità significa fare spazio a visioni che oltrepassano i limiti dell’io e intendono questo corpo-mente come cellula individuale di un cosmo pieno di contrasti e in continua trasformazione.

Sintesi a cura della  Redazione

La dottrina dice: così è il sorgere, il sorgere può essere lasciato andare, il sorgere è stato lasciato andare. Durante la pratica alcuni fenomeni entrano nel campo della coscienza e possono suscitare la reazione dell’io con i suoi attaccamenti, avversioni e non visione. Con questi fenomeni noi ci identifichiamo, così sorge e risorge l’io, un fenomeno di cui dobbiamo avere una chiara visione. Nella pratica il sorgere dell’io si manifesta in tutta la sua potenza di sì, no, voglio, non voglio. Essenziale la consapevolezza, la presenza e la chiara visione del sorgere, frutti di una mente chiara, ma per lasciare andare ciò che è sorto - la reazione, la contrazione, l’avversione, l’attaccamento – dobbiamo aprire il cuore, con un atto di coraggio. Non c’è visione né saggezza che non sia un insieme di mente chiara e di cuore aperto e generoso di sé. Sentite quanto è dolce, quanto è bello questo lasciare andare, questo cessare della contrazione della mente e del cuore che è l’io, questo aprirsi alla vita senza riserve. Questo è il cessare, il cessare può essere contemplato, il cessare è stato contemplato. Il cuore della pratica è visione e amore, saggezza cioè apertura contemporanea di mente e di cuore, visione e coraggio, visione e compassione. Dobbiamo avere pazienza, la pratica richiede tempo, esercizio e sforzo retto: mente e cuore possono essere allenati all’apertura. La perseveranza è frutto del coraggio, la più essenziale qualità del cuore.

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Dedichiamo la nostra attenzione ad un’energia che non siamo abituati a definire un’emozione, ma che invece ha un grande potere nel determinare il nostro stato emotivo: il coraggio, che proviene dall’apertura del cuore. Chiediamoci se il nostro cuore è chiuso o se è aperto e quanto è aperto. Di solito siamo abituati ad associare il cuore alla parola amore piuttosto che al coraggio: ma non parliamo di un amore personale, di affetto e cura per chi ci è caro. Il coraggio apre la strada ad un amore impersonale, equanime, un amore per la verità e per la realtà così com’è. Spesso associamo la pratica meditativa alla mindfulness, alla consapevolezza: ma l’apertura della mente senza una profonda apertura del cuore non basta. Noi abbiamo un profondo desiderio di aprire il nostro cuore, ma ci frenano la paura, la rabbia, l’attaccamento, la prigione soffocante dell’io. Paura e rabbia non sono emozioni sbagliate, e il coraggio può accoglierle e trasformarle: trasformare la paura in prudenza e la rabbia in energia per produrre azioni utili. Rivolgiamo allora una preghiera al nostro cuore: apriti! Apriti un po’ di più. Apriti all’essere e all’esserci, alla meraviglia e allo stupore dell'incarnazione. Il cuore aperto dice sì. Sì, posso. Sì, devo. Sì ,voglio. Coltiviamo il nostro cuore: non è vero che il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare. Se c’è una cosa che possiamo darci – giorno dopo giorno, passo dopo passo - è il coraggio.

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Torniamo a esplorare paura e rabbia, due emozioni fondamentali che condizionano l’umano. In genere le sentiamo come emozioni diverse: la paura è fredda e profonda, la rabbia è calda e superficiale. Ma se le evochiamo più da vicino possiamo percepirle come prossime e intrecciate tra loro. Abbiamo paura di essere feriti e abbandonati. E siamo abitati dalla rabbia rispetto a chiunque (anche le persone più care) si ponga come minaccia ai nostri interessi. Mentre negli animali i comportamenti di attacco e difesa sono lineari e direttamente collegati alle contingenze, in noi umani la funzione del “mentire” (intrinseca alla “mente”) rende le emozioni confuse e spesso incomprensibili per chi le vive e le agisce. La paura genera rabbia, e viceversa la rabbia è manifestazione della paura. Nella pratica meditativa la consapevolezza può mostrare come questi intrecci siano effetto di attaccamento (alle condizioni che illusoriamente ci riparano da ciò che fa paura) e avversione (rispetto a ciò che minaccia tali condizioni). L’antidoto, generato dalla pratica, è l’apertura del cuore, il coraggio (“courage”) che riesce a toccare le emozioni distruttive e a far emergere nuove possibilità di vita, liberate dalla rabbia e paura che condizionano l’io. Ovvero liberate dall’io, che le emozioni – insieme ad altri fattori – continuamente riproducono.

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Torniamo alla presenza, cercando una continuità, e rivolgiamo l'attenzione alla dimensione emotivo-affettiva. Oggi non ci occuperemo della rabbia che giace sul fondo della nostra coscienza, lì pronta ad esplodere. Ci occuperemo invece della rabbia quando esplode. Se non è presente in noi ora, possiamo evocarne il ricordo. Sotto a quel momento di rabbia c'è sicuramente una ferita, un dolore negato. Possiamo sentire e discriminare tra il dolore che è all'origine della rabbia e quello che è conseguenza dell'esplosione stessa della rabbia. Una successione che comincia con una ferita che si trasforma in rabbia che a sua volta fa emergere la rabbia di essere arrabbiati. Noi proiettiamo le cause di questo dolore solo verso l'esterno perché non ci assumiamo la responsabilità di questo vissuto. Se la rabbia di fondo può essere impercettibile e si manifesta in comportamenti sottili, la rabbia esplosiva è accompagnata da molte emozioni. Possiamo sentire ciò con chiarezza, non nell'esplosione della rabbia in sé, ma nel corteo di emozioni che la accompagnano subito dopo: sensi di colpa, vergogna, svuotamento, isolamento, pentimento. Ciò provoca in noi una sensazione di disordine. Ci sentiamo fuori asse, in un caos esterno ed interno. Proviamo un turbamento senza uno specifico oggetto. Ma noi vediamo solo la rabbia e tutto il resto lo ascoltiamo poco, mentre è interessante perché ci dice molto di noi. Tutte queste emozioni indicano che la rabbia esplosiva ci ha travolti, oscurando la corretta percezione della realtà. Quindi questa esplosione richiede un lavoro successivo su noi stessi per non generare ulteriore dolore. La rabbia, per essere guarita, necessita solo di una grande apertura di cuore: verso noi stessi, verso l'altro, verso le cose così come sono. Chi esplode frequentemente non ha generalmente un cuore chiuso mentre quando tutta la rabbia giace sul fondo il cuore si chiude. Nel momento della rabbia, la consapevolezza è assente, per questo l'esplorazione è importante. Dunque rivolgiamo l'attenzione alle emozioni che seguono l'esplosione perché queste sollecitano l'apertura del nostro cuore, la riconciliazione. Se siamo in contatto con il dolore che ha provocato l'esplosione di rabbia ci è più facile capire e aprire il cuore, perché la rabbia schiaccia le emozioni mentre il dolore ne coglie le differenze. Fare amicizia con le emozioni difficili è il compito del nostro praticare.

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Nella nostra esplorazione del mondo emotivo di fondo troviamo la rabbia. Un’emozione difficile da esplorare perché si nasconde. Ogni avversione più o meno intensa si accompagna ad un’emozione di rabbia. Il mondo, gli altri, noi stessi non sono come l’io li vorrebbe e questo ci ferisce, ci addolora. Il dolore, la ferita si trasformano in rabbia e la rabbia si accumula per poi esplodere improvvisa da quel deposito in cui giace non vista, negata. Non è dell’esplosione episodica della rabbia di cui dobbiamo avere paura ma della rabbia negata, densa sul nostro fondo interno, è lei che condiziona la nostra vita: siamo arrabbiati perché la nostra esistenza non è quella che il nostro io vuole e questo non lo vogliamo vedere, non vogliamo vedere dukkha, il dolore. Rabbia, dolore e amore sono forme diverse dello stesso potente calore. Se neghiamo la rabbia, se la congeliamo, anche il calore dell’amore e del dolore ci sono impossibili da raggiungere. Attraversare e sciogliere la rabbia è sentire e raccogliere il dolore dell’esistere e l’amore che soggiace all’esistere. Possiamo aprire il cuore alla nostra rabbia, possiamo accoglierla? Nella nostra esplorazione verso ciò che è vero, nella relazione tra pratica e verità, la rabbia non vista è un grande ostacolo che giace sul fondo. Affrontare la natura densa della nostra incarnazione - la paura, la rabbia - è un grande dono della pratica per noi stessi e per tutte le persone che ci sono vicine e che ci vogliono bene.

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Oggi proseguiamo, e concludiamo, l’esplorazione di una componente fondamentale del nostro mondo emotivo: la paura. Consideriamo quella sorta di tremore, ansietà, inquietudine, esigenza di controllo che in fondo è sempre in noi, e che spesso siamo riluttanti a intendere come paura. Eppure è questo il sentimento più radicale che attanaglia il vivente. Paura del suo stesso essere in vita e del rischio che la vita gli sia strappata. Paura, allo stesso tempo, del vivere e del morire. “Stiamo come d’autunno sugli alberi le foglie”: questa è la realtà/verità del vivente umano, quando diventa consapevole della propria destinazione finale. La pratica ci spinge a contattare questa radicale fragilità in modo impersonale, in termini non di “io” ma di “essere-nel-mondo” nella sua apertura destinale. È qualcosa che richiede consapevolezza e non fuga. Non negazione ma apertura di cuore. Dovremmo essere capaci di rispondere positivamente a domande come “posso fare pace con la paura?”; “posso amare questa vita, proprio questa, in questo mondo?”; “riesco a stare nella pienezza della vita rinunciando alle abitudini e agli attaccamenti che illusoriamente mi difendono dalla morte?”. Spingendoci a rispondere positivamente a queste domande difficili, la pratica meditativa può farci cogliere il senso della vita come realtà insostanziale e incerta e aprirci alla contemplazione della sua complessità e bellezza.

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Torniamo qui, all'essere seduti. Riprendiamo l'investigazione lì dove l'avevamo sospesa. L'investigazione della paura delle cose così come sono, della paura della verità. Spesso la paura è rivolta al lato oscuro delle cose. Paura del buio, delle pulsioni interne, della malattia, dei mostri, dentro e fuori di noi. Ma la paura è anche paura della verità, del vero, del bello, del buono, che sono di fatto sinonimi. Siccome non è tanto minacciosa, perché gli oggetti non lo sono, la paura del bello-buono-vero non è vista. Proprio per questo è la paura più tenace, meno visibile e più dura a morire. Siamo ossessionati dalle nostre paure personali, dai nostri contenuti oscuri, che sono personali. Ma la vera paura è la paura di ciò che trascende l'io, che è impersonale. Paura della pienezza, della meraviglia, dell'amore, della vita stessa. Ci ritiriamo di fronte a questi temi con vane scuse: "non sono degno", "è presunzione". Sotto queste menzogne si cela la paura della bellezza, della vastità, dell'impersonalità dell'essere in vita. E così ci abbandoniamo a paure tradizionali, come la malattia e la morte, senza accorgerci che le paure più profonde ci allontanano dalla vastità della dimensione impersonale. Quante volte il nostro slancio verso l'impersonale si riduce a una "misera pratichetta" di qualche minuto nella giornata, dominata dalle paure dell'io personale. L'impersonale preme inascoltato, perché l'intero io ne ha paura. Il cocchiere della "biga dell'anima", ci racconta Platone, deve saper governare sia il cavallo nero che il cavallo bianco. Non dobbiamo aver paura né del nero che tira in basso, né del bianco che tira troppo in alto. Ci rifiutiamo di guidare il cavallo bianco, quello che tira verso il trascendente. Praticare queste verità senza giudizi è il compito di ogni pratica vitale, non ritualistica e rassicurante. Ciascuno di noi deve saper guidare l'anima incarnata che è dentro di noi. La paura del sublime è una paura senza spavento, senz'anima, fredda. Riusciamo a sentire in questo momento questo nostro "Grande Rifiuto"? Il bello, il buono, il vero ci attendono a braccia spalancate. Mentre noi ci rifiutiamo perfino di guardarli, per paura.

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Cerchiamo di prendere contatto con la dimensione emotiva, così come è in questo momento. Sentiamo l’energia della nostra dimensione emotiva, l’emozione di fondo e le emozioni più superficiali. Non è detto che l’emozione di fondo o le emozioni di superficie siano identificabili con un nome, l’importante è che ne sentiamo la presenza, la tonalità. Ora esploriamo una emozione in particolare: la presenza, la realtà, la verità della paura dentro di noi, a cominciare dalla paura della paura. Proviamo paura di tanto in tanto o con una certa continuità? Paura di vivere, paura di soffrire, paura di gioire, paura di essere, paura di non essere. Possiamo porci molte domande:

Quanta paura c’è dentro di me che non voglio sentire, che non voglio vedere? Stiamo investigando, non stiamo giudicando. Cerchiamo di essere più veri, più onesti possibile nella nostra investigazione.
Quanta vita dentro di me è stata ed è inibita dalla paura, da una paura che non vedo? Quante potenzialità esistenziali sono bloccate da una paura sottile, grigia che inquina la mia esistenza.
Sto affrontando con coraggio l’esplorazione della mia paura o ho paura di farlo? La paura non ha nulla a che vedere con un giusto timore, una giusta prudenza, la paura è emozione inibente quindi non saggia, possiamo sentirlo.

Stiamo cercando di migliorare il rapporto con questa emozione difficile alla luce della verità. La verità libera, l’inganno, l’autoinganno lega.

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Silenzioso avvio della pratica. Silenzio non come assenza di suoni esterni, ma come silenzio interno alla mente e al corpo. Solo dal silenzio può emergere la verità di ciò che è. Oltre ogni narrazione, giustificazione, accusa. Ci avviamo così a esplorare la dimensione affettiva-emotiva, il nostro luogo più interiore, eppure, paradossalmente, ben poco conosciuto. Con quale vibrazione stiamo entrando in contatto? Come è l’essere emotivi? Non c’è da dare un nome. Forse basta solo la parola “emozione” per attivare il calore, il colore, l’energia con la quale viviamo le variopinte forme del nostro mondo emotivo. Un mondo che in genere tendiamo a contenere, amministrare, giudicare. E che ora invece possiamo penetrare, attraverso l’emozione di fondo che immette sul nostro essere incarnati. Animali emotivi, uomini e donne di questa specie, condizionati da apertura e chiusura, fiducia e non-fiducia, “mi piace” e “non mi piace”. Percepire questa emozione di fondo, e tutto ciò a cui essa apre, richiede onestà, non far passare solo ciò che è più facile e meno minaccioso. È necessaria una spinta consapevole verso la verità della relazione con il mondo emotivo: una delle verità più difficili da accettare. Siamo qui per vivere, sentire, vedere le cose come stanno. Se vengono guardate davvero, le “cose come stanno” non soffocano ma liberano. Questa è la pratica di consapevolezza. Non lascia scampo. E in questo modo libera.

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Oggi esploreremo il rapporto molto forte tra il silenzio e la verità. Il silenzio è lo sfondo da cui emerge ciò che è vero. Il silenzio interiore è una delle qualità sostanziali della pratica . La pratica ci mette in contatto diretto con la verità nel silenzio della mente, nel silenzio del cuore. Ma se dallo sfondo di questo silenzio emerge un marasma di fenomeni confusi tra di loro, chiassosi, nessuna verità, nessuna visione è possibile. Il sorgere nel silenzio di un solo fenomeno consente di osservarne la natura profonda, la verità profonda, in tutta la sua chiarezza. Nel silenzio non c’è nulla di personale, il silenzio è impersonale in sé, non è rifugio, non è fuga è sfondo chiaro di ciò che è vero. Non stiamo parlando di un silenzio esteriore ma di un silenzio interiore. Il silenzio appare quando noi smettiamo di fare. Anche quando smettiamo di “fare” la pratica. Lasciamo andare senza opposizione il rumore interno della nostra mente e del nostro ventre e semplicemente lasciamo essere il silenzio senza cercarlo. Il silenzio precede qualsiasi manifestazione fenomenica, nella pratica è un’altra porta di accesso alla verità: il rumore interno della mente e del cuore è il sorgere, può essere lasciato andare per lasciare essere il silenzio. Il silenzio, che è il cessato, è l’unica cosa che possiamo contemplare, è il vero, è ciò che è.

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Torniamo qui. Dedichiamo tutta la nostra attenzione alle nude sensazioni del corpo seduto. Questa dimensione non sempre è colta nella sua pienezza. Non facciamo niente di speciale, stiamo solo nudamente presenti. L'io del meditante controlla, guarda, giudica. Un'attività sottile, quella del fare qualcosa, che oscura la verità nuda del nostro corpo seduto. Possiamo dimenticare il sottile, ingannevole racconto che la mente fa di quello che sta accadendo? Tutto il racconto dell'io del meditante è falso. Questa continua verifica che facciamo di noi stessi in ogni situazione mette un velo tra noi e la vita. Il vissuto diventa racconto, narrazione. La realtà è solo un corpo seduto con le sensazioni che emergono da sole. Lasciamo che la pratica faccia la pratica, e che l'io lasci che le cose accadano. Abituiamoci alla potenza di ciò che è vero. Questo è il nostro praticare, cioè il nostro non-praticare, è il nostro essendo, essendo seduti. Non facciamo nulla perché l'essendo non si può fare, è. Niente di speciale, ma veramente niente di banale, di scontato. La presenza è un miracolo in sé e non ha bisogno di nessun fare. Nella nuda presenza del corpo seduto c'è tutta pienezza che possiamo chiedere all'esistere. Abbiamo bisogno di stare su questa postura semplice di base, senza orpelli. Più pensiamo di essere dei buoni praticanti più ne abbiamo bisogno. Questa postura così semplice può, con il tempo e la ripetizione, diventare opaca e finire a servizio dell'io. Quindi è bene rinnovarla. In questa postura c'è tutta la libertà possibile. Liberi da attaccamenti e avversioni, liberi dalle esigenze dell'io. Essendo presenti non c'è nulla a cui appigliarsi poiché tutto scorre continuamente. In un momento di verità e pienezza è evidente che ciò che è bello, buono, vero, sono un tutt'uno che può manifestarsi come insight. Che queste parole siano suono e non contenuto.

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Cerchiamo di sedere con mente tranquilla. Oggi omettiamo ogni investigazione. Proviamo invece a liberarci di tutti i pesi, fisici e mentali. Torniamo a casa, facendo qualcosa di davvero semplice e naturale. Torniamo non all’ABC della pratica ma solo alla sua A, al suo fondamento organico e sensoriale. In questo modo ci si può accostare a una verità straordinaria: la pratica ama il vero. Nel vero trova il suo fondamento. Sediamo con umiltà, determinazione, meraviglia. Con mente da principiante. Semplicemente sedendo, cosa facciamo? Niente. E così non diamo esca all’io. Quando l’io tace, il vero appare: innocente perché libero, libero perché innocente. Senza se, senza ma. Completamente aperto e onesto. In questo modo non stiamo investigando, ma semplicemente essendo. Conviene sforzarsi il meno possibile. Arrendersi all’essere seduti. Alla vita. A ciò che c’è, così com’è. Lasciamoci essere. Teniamo conto che qualsiasi aspettativa, pensiero o conato dell’io tende a oscurare la verità. Non basta accontentarsi di essere in quiete. L’essere seduti deve essere sciolto dall’io. L’io va lasciato andare: è molto meglio se tace. Ma questa non deve diventare una battaglia: è solo una preferenza, una scelta naturale, un andare incontro al nostro destino, un non voler mangiare quel frutto immaturo che è l’io. È lo scoprire che la verità è impersonale, non è di nessuno. Una scoperta che vale per ogni pratica.

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Cerchiamo di relazionarci con quello che c’è così com’è alla luce dell’equanimità, uno dei sette fattori dell’illuminazione. Un fenomeno fisico entra nel campo della nostra coscienza, se non siamo equanimi, sicuramente suscita una reazione di attaccamento o di avversione. Osserviamo questo nuovo fenomeno, la reazione al primo fenomeno, e lasciamo spazio finché tutta la catena reattiva non si esaurisca in un punto in cui la nostra osservazione non sia realmente, profondamente libera da ogni avversione e da ogni attaccamento. Solo da questo punto è possibile vedere equanimemente il primo fenomeno e i fenomeni successivi nella loro verità, liberi da giudizi. Non stiamo pretendendo di essere equanimi nel momento stesso in cui un fenomeno sorge, stiamo cercando di vederlo in maniera equanime, libero dalle reazioni dell’io. Equanimità, fattore calmante di illuminazione, e interesse, fattore energizzante di illuminazione, si sostengono a vicenda: interessati ed equanimi, vediamo tutto quello che c’è da vedere senza giudicare. L’equanimità può essere praticata, più è presente l’equanimità più lo spazio della coscienza è ampio, libero, più vicino alla sua natura impersonale e alla verità. Stiamo imparando che è possibile essere equanimi anche quando siamo reattivi. Senza allenare l’equanimità nella pratica seduta, in quella camminata e nella presenza quotidiana, la verità ci sfugge, tutto è colorato dei colori arbitrari del nostro io. Questo è quando il Buddha dice: Così è il sorgere , il sorgere può essere lasciato andare, il sorgere è stato lasciato andare.

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Prendiamoci tutto il tempo che ci serve per tornare qui. Morbidi, disponibili all'ascolto. Ascoltiamo le sensazioni fisiche del corpo seduto, quali che esse siano, lì dove le sentiamo. Una volta stabilizzati, chiediamoci se ci sono sensazioni che non vogliamo ascoltare, sia sul piano fisico che sugli altri piani emotivo e mentale. Tra le molte percezioni presenti forse c'è qualcosa che escludiamo? Cosa stiamo tenendo fuori dal campo della coscienza? Cosa impedisce alla coscienza di esserNE cosciente? Ora si che cerchiamo qualcosa di speciale. Che noi consideriamo speciale, tanto da volerlo escludere da ciò che c'è così com'è, dal Vero, rendendolo non-vero. Cerchiamo di andare un po' più in profondità. Questa esclusione è sempre dettata da qualche emozione, generata dagli attaccamenti e le avversioni che ben conosciamo. Torniamo all'investigazione cercando di vedere ciò che escludiamo e, oltre a questo, quale emozione sottostà a questa operazione di non-verità. È una parte del corpo che pensiamo non essere sana? È paura? È vergogna? È disgusto? È ansia? È desiderio di perfezione? È evitamento di una svalutazione di sé? Quale emozione ci spinge a oscurare ciò che c'è? Esploriamo la dimensione fisico-emotiva che non ci fa stare in contatto con ciò che c'è in questo preciso istante, oscurati NELLA nostra coscienza. Ogni oscurante ha il suo colore, quello dell'emozione che lo determina. Tutte le emozioni difficili sono, di fatto, degli oscuranti. Sono spesso automatismi che agiscono a nostra insaputa. E non c'è niente di personale in questo: ci riguarda ma non ci riguarda.
Così funziona la negazione. Così funziona la rimozione. Così funziona la non-visione.

Riassumiamo il processo investigativo:

  • prendiamo contatto con le sensazioni fisiche
  • vediamo se stiamo cercando di escludere qualcosa
  • notiamo avversione o attaccamento
  • vediamo quale emozione c'è alla base di questa rimozione

Liberi dal giudizio, è un lavoro di investigazione sull'umano, sulla natura dell'umano. Sulla libertà e non-libertà di essere completamente presenti alla Verità. Un'investigazione che non è mentale: né analiticamente ristretta, né troppo vaga. È aperta e concentrata. Non traete conclusioni che non siano chiari insight, che vengono da soli e non sono frutto di un ragionamento.

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Torniamo ai fenomeni sensoriali interni ed esterni. Non è necessario pensare, è necessario invece lasciare che le sensazioni si manifestino per quello che sono. Evitiamo l’operazione sottile che consiste nel selezionare i fenomeni che l’Io vuole fare entrare nel campo della coscienza a discapito di quelli che vuole lasciare fuori. Portiamo anzi l’attenzione – con semplicità, modestia e sana umiltà – su questo, frequente, processo avversivo. Cerchiamo di condurre la pratica in modo onesto, considerando che la pratica è un processo “totale”: se immettiamo qualcosa di “storto” anche i risultati saranno “storti”. Scegliere fior da fiore i fenomeni da osservare significa non meditare ma invece giustificare l’Io e raccontarsi che si sta meditando. Nella pratica è necessario essere liberi, in continuo ascolto, interessati a conoscere la verità. Cerchiamo di lasciare andare il lavorio sterile che l’Io impone con la promessa dello “stare bene”. Lo “stare bene” non può nascere dall’inganno e dalla bugia. La liberazione è liberazione dall’inganno e dalla bugia, qui e ora, nell’attenzione alle sensazioni interne (provenienti dal corpo e dalla mente) e esterne. In questo senso, anche per evitare l’acutizzarsi del disagio, è molto importante porre attenzione a una “pulizia” della postura fisica e mentale attraverso la quale sia possibile smascherare gli inganni dell’Io. A questo liberarsi dagli inquinanti e dalle avversioni ci dedicheremo nei prossimi mesi, con il retto sforzo che la pratica richiede.

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Nella stabilità della postura fisica le sensazioni fisiche interne ed esterne entrano nel campo della nostra coscienza. Possiamo distinguere questo insieme di fenomeni fisici da quello generato dal sottile agire della nostra mente. Un fenomeno sorge nel campo della nostra coscienza e quasi immediatamente, reattivamente sorge un giudizio: mi piace, non mi piace, lo trattengo, lo respingo. Tutti questi fenomeni sono generati dalla reattività dell’io, sono questi i fenomeni cui si riferisce l’insegnamento quando dice: così è il sorgere, il sorgere dell’io, questo sorgere va lasciato andare. Quindi c’è una discriminazione importante da fare tra i fenomeni: quelli concreti che originano dai nostri sensi sono veri, vanno lasciati essere mentre quelli reattivi generati dalla nostra mente, dal nostro io vanno lasciati andare. Se ci troviamo distratti, persi in ciò che avremmo dovuto lasciare andare, con molta semplicità, senza strappi ritorniamo alla presenza delle nude sensazioni fisiche. Soltanto facendo con precisione,con continuità e chiarezza questo movimento di base della pratica sarà possibile esplorare ciò che è vero in campi più complessi rispetto a quello fisico. La verità sta nelle nude sensazioni fisiche non nei nostri ragionamenti sulle nude sensazioni fisiche. Così è il sorgere, il sorgere dei fenomeni legati all’io, il sorgere può essere lasciato andare, il sorgere è stato lasciato andare.

Sintesi a cura della  Redazione

Torniamo qui. Semplici, senza giudizio. Prendiamo contatto con le sensazioni fisiche. Lasciamo andare ogni aspettativa di agio, di comodità. Non aggiungiamo nessuna alterazione delle sensazioni così come sono. Le alterazioni, gli accomodamenti finalizzati ad eliminare il disagio sono non-verità. Sono un tentativo di negare la nuda verità del momento presente. A cominciare dalle cose più semplici: le sensazioni del nostro corpo. Evochiamo una postura interiore semplice, aperta, non alterata rispetto alla stessa postura fisica. Non togliamo niente di quello che c’è. Questo è ciò che chiamiamo “vero”. Una postura di Verità, la postura della Pratica. Nulla di speciale, eppure molto speciale. Per quanto piccolo sia il fenomeno, per quanto sottile sia l’alterazione che vogliamo imporre, sarebbe un’alterazione della verità. Non è un’operazione scontata, perché stiamo sempre lì ad ingannarci. C’è una bellezza straordinaria nel fare “bene” questa operazione di sedere ed essere coscienti di essere seduti. Se fatta bene, anche questa sola piccola operazione è in grado di ripulire molti kilesa (inquinanti) accumulati nel corso della giornata, della settimana. C’è qualcosa in questo momento che cerchiamo di non vedere, di allontanare? E tutto questo incessante lavorìo è davvero così necessario? Se ci è così difficile accettare un disagio fisico, cosa succederà sugli altri piani: emotivo, mentale, relazionale, con le persone che ci vogliono bene, con le persone che non ci vogliono bene? È possibile che la nostra realtà venga così oscurata dai bisogni dell’io? Dalle sue esigenze? Dalla sua reattività? È accettabile che questo accada? È necessario che questo accada? È così difficile vivere alla luce di ciò che è vero?

Sintesi a cura della  Redazione

Gli incontri di questa stagione riguarderanno il tema della Verità. A partire dalle cose più semplici: già la postura allo stare seduti ci pone di fronte al problema di ciò che è vero. Cercheremo di esplorare ciò che non esploriamo di solito: la nostra intenzione di fare delle sensazioni del nostro corpo qualcosa di diverso da ciò che sono. Un'attività sottile, inconsapevole, che mette una velatura tra il sentito e il percepito, alterando continuamente ciò che è. Perché noi immettiamo nell'esperienza piccole particelle di controllo, paura, reattività, che sono sottilmente attive. Non siamo ingenui, puliti, innocenti nel nostro contatto con le sensazioni, neanche nel semplice essere seduti. La mente, e non solo, cerca sottilmente di modificare ciò che è scomodo, non perfetto. Dunque l'oggetto della nostra osservazione è l'impurità del contatto con le sensazioni fisiche. Cerchiamo di aprirci all'accadere senza il filtro dell'io e della mente operativa. Perché qualsiasi cosa accada, sta semplicemente accadendo, non ci riguarda. Solo una mente-cuore aperta e innocente lascia passare quello che c'è così com'è, solo una radicalità impersonale permette di cogliere il momento presente. Il praticante di lungo corso può sottovalutare questo esercizio, ma il contatto con le sensazioni non è mai scontato. La Verità nella pratica non è qualcosa di astratto, ma è tangibile e osservabile. E questo cambia la nostra relazione col mondo.

RISORSE


Cronache da Via Montello
Stagione 2019/2020

Wisdom for Troubled Times
Traduzione italiana del video di Joseph Goldstein (clicca qui per vedere il video originale)

Fedro - Mito della biga alata
Platone

 
Nessun paracadute, nessun terreno
Testo di Joseph Goldstein

 
Appunti di Pratica di consapevolezza


Mahāsatipaṭṭhāna Sutta
Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale. (Dīgha Nikāya, 22)
a cura di Claudio Cicuzza


Convegno - Il Cuore della Mindfulness
03/11/2019 - Castelnuovo di Porto RM
Intervento di Alberto Cortese