Istruzioni

Colloqui con i praticanti per questi tempi non ordinari

ISTRUZIONE #16

Qui di seguito le istruzioni di Alberto relative alla di Venerdì 15 Maggio

Torniamo qui al momento presente così com’è e, in particolare, alle nude sensazioni fisiche. Fenomeni relativamente semplici che appaiono e scompaiono da soli, in modo del tutto naturale, senza alcuno sforzo, in quel vasto spazio vuoto che chiamiamo coscienza. Siamo assistendo allo spettacolo dei fenomeni che vengono conosciuti e al contemporaneo, continuo, sorgere e risorgere della coscienza. Possiamo ora fare della coscienza stessa l’oggetto della nostra osservazione, disinteressandoci per un momento dei fenomeni che vi appaiono. Possiamo anche con chiarezza accorgerci già ora, già qui, che con tutta evidenza, in tutta semplicità, siamo anche coscienti di essere coscienti. Le potenti e fragilissime interconnessioni tra la coscienza e i fenomeni, tutti nessuno escluso, compresa la coscienza stessa nel suo determinarsi fenomenico, dipendono da una intricata rete di innumerevoli condizioni fisiche, emotive, mentali e ambientali. Possiamo accorgerci della meravigliosa straordinarietà di ciò che in fondo ci è così tanto familiare? Cerchiamo di non concettualizzare, restiamo semplicemente seduti e in ascolto, focalizzati sulla consapevolezza, sul mistero e sul tanto che non conosciamo del nostro essere coscienti. All’io che vuole identificarsi (“Io sono colui che conosce! Io sono il cosciente!”) tutto appare banale e scontato. E in effetti non stiamo parlando che del “normale” stato di veglia dell’umano. E’ solo quando nel corso della pratica meditativa il potere offuscante dell’io può essere temporaneamente sospeso o attenuato che la natura della coscienza appare in tutta la sua autonoma impersonalità. Dal punto di vista dell’io è questo il più grande terrore. Perdere la coscienza è perdere l’ultima identificazione a cui aggrapparsi. Costatare di non poterla stabilmente possedere è per l’io già un perderla e un perdersi. Riconoscere in piena consapevolezza l’autonomia della coscienza, arrendersi e godere della sua natura impersonale è, al contrario, una fonte inesauribile di pace e di libertà.

ISTRUZIONE #15

Qui di seguito le istruzioni di Alberto relative alla di Venerdì 8 Maggio

Torniamo al momento presente, a quello che c'è così com'è. Con morbidezza, senza strappi o inutili tensioni. Una presenza aperta e morbida, senza scegliere un fenomeno come ancoraggio. Un'attenzione "choiceless", senza fare una scelta.
Nella seduta di oggi abbiamo bisogno di cominciare con la massima apertura e senza troppe contrazioni. Seduti, semplici spettatori del sorgere dei fenomeni, del loro danzare e del loro sparire.
Facciamo proprio dell'entrare e dell'uscire nel campo della coscienza dei fenomeni, quali che essi siano, senza sceglierne uno in particolare, un punto di osservazione. Come si svolge questo straordinario e sottile fenomeno dell'ingresso e dell'uscita dei fenomeni del presente? Di ciò che è presente, di ciò che appare e di ciò che esce dal campo della coscienza?
Fenomeno sottile, complesso, in parte inafferrabile e misterioso: la facoltà del conoscere, del venire alla coscienza degli oggetti che in questo momento vengono conosciuti.
Stiamo esplorando la natura, il sorgere, di quel misterioso fenomeno di interconnessione tra la nostra facoltà di conoscere e il conosciuto, ciò che arriva alla coscienza.
Cerchiamo di percepire questo processo, al di là del contenuto dei fenomeni conosciuti in questo momento. Non è importante se siano fenomeni fisici, processi cognitivi o emotivi. Quale che sia il fenomeno in ingresso e in uscita, noi cerchiamo di stare con il processo nel suo procedere. Con il processo stesso del conoscere, del venire a coscienza.
Non è semplice, perché stiamo esplorando e conoscendo la stessa facoltà del conoscere. Sembrerebbe qualcosa di paradossale, ma non è così.
La coscienza stessa è un fenomeno tra i fenomeni. La facoltà del conoscere è anch'essa un fenomeno tra i fenomeni. Un fenomeno particolare ma nient'altro che un fenomeno come gli altri.
Un fenomeno a noi molto caro, che sottilmente abbiamo sempre paure di perdere. Perdere coscienza, svenire, essere assenti. Ci spaventa il non essere coscienti. Possiamo sentirlo? Possiamo sentire quando siamo profondamente attaccati alla facoltà di conoscere, di essere coscienti? Anche in questo momento, in questo preciso momento, quanta sottile ansia ci sia nel percepire la coscienza stessa. Quanto ci spaventi la difficoltà stessa di percepire la coscienza, di essere coscienti della coscienza. Quanta resistenza, e anche fascino, ci sia a questa indicazione di pratica.
Noi siamo così tanto desiderosi di essere coscienti, e tanto spaventati della perdita temporanea o non temporanea di questa facoltà. Perché siamo molto, molto, molto identificati con la facoltà del conoscere.
Se fossimo liberi da tutti i nostri attaccamenti, liberi dalle nostre identificazioni, una non vorremmo che sparisse: io sono colui che conosce, io sono il cosciente.
Stiamo esplorando la relazione emotivo-affettiva, l'identificazione con questa facoltà sottile, che in tutta la tradizione viene indicata come la più tenace, la più sfuggente delle identificazioni.
Forse in questo momento alcuni di voi sono a disagio con questa indicazione di pratica così apparentemente, ma solo apparentemente, paradossale. In fondo potremmo definire così la consapevolezza: la coscienza della coscienza. L'essere coscienti del processo con cui ci identifichiamo erroneamente nel conoscere.
Perché questa reazione? Perché sentiamo che quello che più sentiamo nostro, cioè la facoltà del conoscere, in realtà nostro non è. Non ha natura personale. Il processo del conoscere è sostanzialmente il più impersonale dei processi. Lì dove il carattere impersonale del nostro esserci è più evidente ed è più facilmente percepibile. Il venire a coscienza, l'essere conosciuti dei fenomeni avviene in gran parte da sé. In realtà, paradossalmente, la coscienza non richiede la nostra soggettività, né cognitiva, né di presenza attiva.
Lo stato della coscienza ad esempio, può non dipendere da noi ma da condizioni fisiche, emotive, ambientali di tossicità di fenomeni assolutamente non controllabili, non possedibili. E il mistero di come accada l'apparire dei fenomeni nella dimensione della coscienza ha carattere del tutto impersonale e non ha bisogno di facoltà cognitiva. Possiamo essere coscienti senza essere pensanti.
Stiamo cercando di esplorare la dimensione impersonale di quella facoltà che sentiamo tanto, tanto, tanto personale. Più percepiamo la coscienza nella sua dimensione impersonale, più la coscienza è libera ed ampia. Non la stiamo pilotando, orientando ma la stiamo liberando dalla sua potente memoria, che è processo soggettivo, contenutistico, condizionato, ripetitivo. Il già conosciuto che ripete se stesso. Questo carattere si, è personale, potentemente condizionato, "potentemente mio". È un conoscere il già conosciuto. È questo a cui siamo attaccatati, ai contenuti della conoscenza. Uccidendo la dimensione libera del processo del conoscere. La coscienza ha una memoria a cui noi ci aggrappiamo, e aggrappandoci blocchiamo la facoltà del conoscere. Che è libera, aperta e, di fatto , impersonale.
Come sempre, personalizzare anche questa facoltà sottile produce rigidità, chiusura, blocco. Lo potete sentire anche in questo momento: "no, non la voglio questa esplorazione", "che vuol dire?".
Sono attaccato ai limiti della mia coscienza soggettiva, perché sono rassicuranti. Rassicuranti quanto distorcenti, quanto limitati, quanto condizionati, quanto alteranti.
La sfida della pratica è liberare la nostra facoltà del conoscere da questi limiti, da questa identificazione nei contenuti e non nella libertà del processo. Nel conoscere lo sconosciuto. Nell'avventurarsi continuo della facoltà del conoscere in terre incognite. Questa è la pratica.
Discernere tra il carattere personale della facoltà del conoscere, condizionata dalla memoria dei suoi contenuti dunque dal passato, e la potenza, la libertà, la vastità della facoltà di conoscere libera dal condizionamento della nostra soggettività. Questo è il futuro.
La natura del processo in sé è pura interconnessione. In altre parole, qui, ora, in questo momento siamo veramente liberi di conoscere ciò che non è mai stato conosciuto, cioè il momento presente, nella sua ampiezza vastità spazio-temporale. Sediamo senza memoria, il più aperti possibile. Paradossalmente coscienti di non sapere. Coscienti del tanto non conosciuto di questo momento presente.

Non vi aggrappate a queste istruzioni, anzi dimenticatele. Non ne fate un contenuto della coscienza, sarebbe un'operazione contraddittoria. Siate liberi nella vostra pratica.

ISTRUZIONE #14
E
CRONACA DEL 10/04/2020

Riporto qui di seguito una sintesi (ragionata?) della seduta di venerdì 10 aprile. Penso possa essere un canovaccio di massima anche per i prossimi incontri via streaming su facebook. Siete davvero in molti a seguirli e questo mi incoraggia a proseguire. Mi rendo conto dello sforzo di pratica che, direttamente e indirettamente, vi viene chiesto. Non è facile ascoltare contenuti complessi, verbali, e rimanere aperti, in ascolto sensibile e percettivo, senza lasciarsi trasportare dai propri pensieri e dalle proprie considerazioni. L’indicazione è sempre quella di farsi attraversare dalle parole, di sentirle senza… ascoltarle, o viceversa se preferite. Un paradosso che, tuttavia, non è nuovo a chi pratica e che spesso ci sfida anche al di là di queste specifiche circostanze. Ecco la cronaca:

Ripartiamo, come sempre, così come indicato dagli insegnamenti e dalla tradizione, dalla contemplazione del corpo, dalla complessa e delicatissima interconnessione interna dei suoi organi, ognuno dei quali, specializzatissimo nella propria funzione, è tuttavia assolutamente dipendente per la sua sopravvivenza dal buono stato di tutti gli altri e dell’organismo nel suo insieme. Possiamo senza troppi sforzi, con una certa naturalezza, sentire tutta la potenza e la fragilità, la necessità vitale, la bellezza e il miracolo della connessione interna. E sentiamo anche come al suo funzionamento, alla sua esistenza siano necessarie altre, molteplici e non scontate, condizioni “esterne” che devono essere costantemente garantite: ossigeno, cibo, acqua, temperatura adeguata né troppo fredda né troppo calda, ambiente relativamente salubre e non patogeno, solo per citarne alcune. Sarebbe sufficiente una piccola, anche temporanea, interruzione di questi potenti flussi energetici da cui dipendiamo per creare all’organismo danni irreparabili e perfino la morte. Una visione chiara, non emotiva, non “sentimentale”, e tuttavia più intuita che pensata, dell’intedipendenza di tutti i fenomeni, compresi quelli nei quali il nostro io si identifica, è una potente porta di accesso all’insight di aniccha (impermanenza) e di anatta (non sostanzialità, non sé, impersonalità). E dà finalmente ragione di quel malessere di fondo, di quella sensazione di incompiuto, di inaffidabile, di inesplicabile disagio del e nell’esistere che la tradizione chiama dukkha. Le non ordinarie condizioni di vita del momento presente, imponendo di per sé un certo straniamento e un piccolo, grande cambiamento delle nostre abitudini sociali e personali, spostando di qualche grado l’ottica con la quale siamo soliti, troppo soliti!, guardare e abitare il mondo, ci offrono una preziosa opportunità di penetrare la realtà aggirando più facilmente le ostruzioni che la densità dell’io abitudinario oppone alla visione.

Fin qui quanto è stato esplicitamente detto e implicitamente contenuto nelle istruzioni/seduta/pratica/dhamma talk di venerdì scorso. Ma mancava un pezzo che ora aggiungo, sperando di definire e chiarire definitivamente, affinché non ci siano più “sorprese”, la parabola delle istruzioni al tempo della pandemia.

È solo alla luce di questa visione profonda, “realizzata”, della natura impersonale, insostanziale, impermanente dell’esistere e dell’esistente che è possibile cogliere con chiarezza quello che qui e ora “deve essere fatto”. Senza questa visione “fare ciò che deve essere fatto” resta al massimo un ossequio catechistico, precettivo, perfino inutilmente moralistico, alla vita. Senza questa visione, che deve precedere ogni azione, a guidarci, sia che lo vogliamo sia che non lo vogliamo, sia che lo sappiamo sia che non lo sappiamo o facciamo finta di non saperlo, sarà sempre l’io. Con i suoi bisogni, con le sue aspirazioni, con le sue personalissime emozioni rese arbitrariamente guide universali. Solo alla luce di un granello di visione limpida e relativamente impersonale “ciò che deve essere fatto” è, e sarà veramente, ciò che deve essere fatto.

Grazie per la vostra pratica

ISTRUZIONE #13

“Caro Alberto ti rubo un po' di tempo perché mi sento impantanata con la pratica. Non che si sia bloccata come frequenza, anzi. Soltanto che faccio fatica a "incarnare" le istruzioni. Le capisco a livello mentale, ma poi non so proprio come metterle in... pratica. Prendiamo ad esempio l'interconnessione. A parole la comprendo ma poi? Quando sono seduta cosa accade? Come la contemplo? Alla fine nell'inseguimento di una modalità che capisco solo con la mente, finisco per avere un'assillante proliferazione e la mente schizza da tutte le parti senza trovare un'ancora. Così torno banalmente al respiro, al corpo per mettere un po' a tacere la scimmia impazzita che cerca di rintracciare l'interconnessione e magari si fabbrica immagini che non c'entrano nulla, e poi si incazza perché non capisce, e poi si deprime e dice che tanto io non sarò mai capace di meditare per davvero”

Così mi scrive una cara amica di pratica. Penso che “incarnare le istruzioni” non sia solo un suo problema. Alcuni fanno finta, alcuni, non pochi per la verità, non si pongono neanche la questione, i più tornano banalmente al respiro. Ecco, come sempre, è l’avverbio a fare luce, a indicare il cuore intimo dei nostri nodi, dei tanti costrutti modali non consapevolizzati. Una volta sentii dire da Joseph: “Il tempo che passiamo ad ascoltare il respiro, a porre la nostra attenzione sulle sensazioni che l’accompagnano, non è mai inutile o perduto”. Ovvero, mai banale. Dove mai non è un modo retorico di stressare il significato di “banale” (o di “inutile” o di “perduto”). Mai vuol dire proprio esattamente, assolutamente mai. Cioè, in nessun tempo, in nessun luogo, fisico o mentale, in nessuna occasione, in nessuno stato emotivo o affettivo, per nessun motivo, fosse anche l’estraneità alle istruzioni che riceviamo, tornare al nudo respiro o alle nude sensazioni fisiche può essere, alla luce della pratica, definito un atto inutile o banale. Non solo perché questo tornare e ritornare qui, al sentito corporeo, è pratica in sé ma, nel nostro caso, è premessa necessaria a ogni tentativo di incarnare le istruzioni di queste settimane. Che di meglio del “banale” respiro per sentire in diretta la potentissima relazione, la vivacissima, a volte piacevole, a volte drammatica, interconnessione tra mente e movimento respiratorio? Tra mente e polmoni, per semplificare. Ma tra mente, naso, vie superiori, gola, bronchi, ossigenazione del sangue, saturazione da anidride carbonica, risonanza cardiaca e chi più ne ha più ne metta. Dobbiamo arrivare a sentire tutto questo, chiaro, distinto e interconnesso? No, assolutamente no. Sarebbe questo, sì, un tentativo inutile e perdente. E qui veniamo all’istruzione sulle istruzioni. Non è un gioco di parole. Vediamo come questa modalità non ordinaria, a distanza, relativamente disincarnata, di istruzioni va intesa, utilizzata e “incarnata”. Non si tratta di seguire, di eseguire alla lettera le suggestioni con le quali cerco di evocare, ad esempio, una percezione più chiara, più sottile, più profonda dell’interconnessione all’interno del corpo, ma anche nelle dimensioni emotiva e mentale. Si tratta di partire da dove ciascuno di noi sente di potere esplorare la realtà dell’interconnessione e della interdipendenza dei fenomeni. E, allora, perché no anche partendo dal “banale respiro”? Con un “quid” in più: la cognizione prima, l’esplorazione sensoriale poi, dell’interconnessione con la quale, nella sua complessità fisica, ma anche vitale, energetica, emotiva, simbolica e spirituale il respiro interagisce. Proprio questo, questo singolo, modesto, umile, ma oggi più che mai, drammaticamente essenziale, decisivo, respiro. Il resto può attendere. Mi rassicura un po’ che la lettera, di cui ho citato sopra solo una parte, si chiuda dicendo: “Non credevo che le meditazioni via facebook funzionassero per me, invece mi danno una grande presenza”. La ringrazio per gli sforzi e per la costante volontà di pratica, ma soprattutto per l’umiltà, l’onestà e la sincerità con la quale si pone. Ho bisogno anch’io di questi contributi. Per chiarirmi, per vedermi da fuori, per limitare i danni involontari che la mia irruenza e la mia esuberanza possono provocare. Alla fine siamo o non siamo tutti interconnessi?

ISTRUZIONE #12

Ricevo da Giulio C. e condivido con tutti voi un piccolo video, chiaramente lo stralcio di un'intervista, di Joseph Goldstein. Il titolo su Youtube è un po' altisonante "Saggezza per tempi difficili" e mi permetto di dubitare che sia effettivamente attribuibile a Joseph. Più esattamente in questi tre minuti di video c'è una semplice, lineare, forse per alcuni perfino scontata, risposta alla domanda che tutti noi ci poniamo in questi giorni difficili: "Come posso aiutare?".

Ancora una volta, con la chiarezza e la coerente precisione di sempre, viene ribadito che la compassione e la capacità di essere di aiuto sono possibili solo quando nella mente e nel cuore si è stabilito uno luogo, uno stato, di equanimità e di imparzialità. Di impersonalità, direi nei termini che mi sono oramai più abituali. E' solo da questo luogo che la compassione e l'aiuto sono possibili. "From that place of equanimity actually compassion flows", dice Joseph. "Dallo stesso luogo dell’equanimità fluisce veramente la compassione", traduce Giulio. Actually, appunto. Gli avverbi, si sa, sono la mia passione ma, conoscendolo, so l’intima necessità che Joseph mette in quell’actually che non è ridondante, casuale ma essenziale, direi cruciale quanto il resto del suo dire. Vuole ribadire, affiché non ci siano dubbi, che invece molto spesso ci sono, espliciti o impliciti che siano, che NELLA REALTA’ le cose stanno proprio così, che l'equanimità è la fonte, la premessa della compassione e, almeno in prima istanza, che il viceversa sia, questo sì, molto dubbio. Senza una chiara visione, senza aver prima sradicato almeno in parte le reattività della mente, nulla è veramente possibile, nulla è veramente limpido nelle sue motivazioni, nei suoi intenti e, quindi, anche nei suoi risultati e nelle sue conseguenze. Elementare, potrebbe dire quale praticante di lungo corso. Sì, ma realizzarlo, renderlo reale, non è mai né ovvio né scontato né elementare.

Wisdom for Troubled Times
Traduzione italiana del video di Joseph Goldstein

ISTRUZIONE #11

Ci siamo. Dal prossimo martedì 31 marzo tutti i martedì e tutti i venerdì alle 8,30 terrò sul Gruppo Facebook - Una Yurta sul Sentiero sedute di istruzioni per i praticanti del gruppo. Attenzione, però, non si tratterà di sedute online che possano minimamente sostituire la vostra pratica personale. È vero, avevo anche preso in considerazione l’ipotesi di praticare insieme tutti i giorni, di dare un sostegno diretto, esplicito, esaustivo alla pratica di tutti e di ognuno, ma alla fine ho pensato che il gruppo sia ormai abbastanza maturo da non averne bisogno, anzi che sia abbastanza maturo da non doverne avere più bisogno. Dunque le mie saranno sedute di istruzioni e, come tali, non possono essere considerate vere e proprie sedute di meditazione. Quelle, l’abbiamo detto mille volte, si fanno da soli, faccia a faccia con ciò che è così come è, senza canti, musiche, suggestioni e intrattenimenti vocali di alcun genere. Insomma, senza vie di fuga o di scampo. No, le istruzioni che darò serviranno solo a sostenere una possibile, corretta investigazione di terreni non sempre esplorati, le cui mappe non sono sempre di facile lettura e, ancora più spesso, nemmeno di facile reperimento. Dunque, un aiuto, una guida alla corretta investigazione. Gli altri sei fattori dell’illuminazione (retto sforzo, interesse, concentrazione, equanimità e consapevolezza) richiesti da una buona pratica restano e resteranno tutti a carico di ognuno di noi. Dunque saranno incontri, questi in streaming, che non promettono sconti e facilitazioni. Semmai incontri che richiederanno apertura, disponibilità, pazienza e umiltà da parte di tutti, a cominciare da chi li conduce. Perché mai una richiesta così esigente in tempi così duri che dovrebbero, al contrario, spingere al conforto, alla comunione emotiva e affettiva? Perché in tempi eccezionali bisogna più che mai spingere le nostre potenzialità oltre ogni possibile “confort zone”, fosse anche, e a maggior ragione se fosse, una confortevole zona di pratica. Se il presente e il futuro sono, come d’altra parte sono sempre, incerti e insicuri, se la fragilità dell’esistere, se la sua inaffidabilità sono più che mai evidenti e percepibili, la risposta non è dietro di noi, ma avanti. Non si tratta di salvaguardare l’acquisito ma di esplorare con coraggio e visione terreni incogniti, soluzioni personali e collettive non scontate e, dunque, non sempre immediatamente rassicuranti. Dunque, istruzioni di pratica, sedendo in ascolto tutti assieme. Non richiedono, come è ovvio, sforzi intellettuali o cognitivi, ma una disposizione all’ascolto profondo, al sincero lavoro interiore, alla trasformazione della mente e del cuore. Se le nostre case restano serrate, i nostri occhi non saranno mai in quarantena. Anzi, ci auguriamo, più aperti e luminosi che mai.

ISTRUZIONE #10

Quello dell’interconnessione e dell’interdipendenza, al di là delle questioni imposte da queste dure settimane di quarantena e di forzati isolamenti, è un tema di pratica e di dottrina davvero appassionante, una via tra le più dirette e meno accidentate per raggiungere, intuire, apprezzare almeno qualche sfumatura di impersonalità, di anatta. Eppure in queste istruzione numero dieci vorrei segnalare un particolare tanto decisivo quanto sfuggente, la premessa necessaria di ogni vero slancio altruistico. E’ ovvio pensare l’interconnessione come il piano di collegamento io-altro/i- umanità in genere, mentre l’interconnessione interna ad ognuno di noi è data per scontata, vidimata senza alcuna verifica, neanche pensata, percepita come realtà da curare, di cui prendersi cura. Di quante fratture, di quante connessioni interrotte, di quante incomprensioni, di quante battaglie combattute e negate, di quanti silenzi, di quante tenaci scissioni è fatto il nostro mondo interno? E come potremmo mai interconnettere questo caos primordiale con l’altro, con gli altri senza provocare, anche inconsapevolmente, danni e sofferenze? Quante ricette “salvifiche”, quanti abbagli abbiamo diffuso nel mondo senza consapevolezza, senza attenzione, senza sapere? La pratica, quella che esplora senza lasciare scampo, quella che consola solo alla luce di non comode verità, ci viene in soccorso. Per questo siamo qui, per questo cerchiamo di mantenere vivo il flusso dello stimolo, del sostegno, della sollecitazione. L’interconnessione non è solo il fine del nostro “essere buoni”, ma più spesso il mezzo per non essere peggiori. Per questo vi chiedo di non lasciare che questo scambio sia unilaterale. Alberto che scrive, Alberto che parla, Alberto che conduce. Senza un feedback reale, energetico, incarnato l’interconnessione è vuota, inutile. Non scambio ma puro, unilaterale consumo. Dunque vedremo se questo piccolo, grande sangha saprà davvero reagire ai tempi e alla circostanze prima di poter ritornare alla fisicità dei contatti. Ad essere semplicemente consumato in rete non sono abituato né, credo, mi presterò.

ISTRUZIONE #9

Come forse già sapete, grazie alla pazienza e la sottile tenacia di Marco, domani, se tutto va come io e lui auspichiamo, avremo la prima seduta/istruzione in diretta streaming accessibile a tutti gli iscritti al gruppo facebook “Una Yurta sul Sentiero” e, preciso, solo a loro. Si tratta infatti di un gruppo chiuso riservato a chi ha frequentato in modo costante, ma anche più o meno saltuario, gli incontri di via Montello, a chi ha iniziato quest’anno il corso principianti con Roberta e a chi ha costituito e sostenuto con la propria pratica il nucleo di Capodimonte. Non ci saranno altri. E qui veniamo al tema, alla natura sempre energetica dell’interconnessione, dell’interdipendenza. Ne abbiamo già parlato nella primissima istruzione di questa serie che tutti ci auguriamo duri il tempo più breve possibile. Mi sono proposto, ma come sempre poi in diretta si vedrà, di dedicare le prime sedute “interconnesse” proprio all’esplorazione di come i fenomeni interni ed esterni, dentro e fuori di noi, siano interdipendenti e dunque negativamente ma anche positivamente condizionati. Viviamo immersi in innumerevoli campi energetici di cui spesso non conosciamo, o non vogliamo conoscere, la natura, a cominciare dalla necessità di dar loro precisi confini, senza i quali non possiamo che subirli o annegarvi con una certa arrendevole ineluttabilità. Si tratta di navigare in questi campi, interni e esterni, con intelligenza, con presenza, con consapevolezza, direi con una pronta vivacità, al di fuori e oltre i nostri rigidi e ripetitivi schemi e comportamenti. Tutti sanno che di mio non amo interconnessioni prive di un incarnato contatto energetico. Tutti sanno che non ho mai accolto con favore terapie “internettiche”, immersioni travolgenti nel web, e nemmeno “dirette streaming”. Ma tutto diventa possibile soprattutto in tempi “impossibili” perfino da immaginare. Con questo spirito, con consapevolezza dei limiti dei mezzi e della determinante potenza dello spirito con i quali si usano, invito gli ideologi del “no facebook”, che non mancano tra i nostri amici praticanti, a fare qualche riflessione in più, a non rispondere immediatamente “no”. Preciso che l’orario delle 19 suscita varie obiezioni e forse sceglieremo alla fine un orario più pomeridiano. Vi prego di avere pazienza e flessibilità. Siamo tanti e il “tot capitata tot sententiae” (tante teste altrettanti pareri) è sempre in agguato. Io non farò discorsi e preamboli. Suonerà la campana tre volte e inizierà la seduta guidata, suonerà la campana tre volte e terminerà la seduta. Come sempre. Come sempre né più né meno.

ISTRUZIONE #8

Qualcuno mi chiedeva su Facebook come mai sconsigliassi nell’istruzione #2 di praticare dopo cena ho risposto così:

L'indicazione di una pratica prima e non dopo cena si riferiva esclusivamente a quella particolare istruzione, alla creazione, cioè, di un piccolo ma stabile ponte energetico di tre micro sedute che fosse di sostegno alla trasformazione di una giornata di quarantena in una giornata di ritiro. L'indicazione era energetica e non sostanziale come l'altra di fare inizialmente sedute insolitamente brevi .Ovviamente possiamo praticare in qualsiasi ora del giorno e della notte e il più a lungo possibile, ma se la pratica ha precisi scopi energetici si può, anzi si deve, adattare al ritmo, alla costanza, ai tempi delle condizioni date o auspicate. In quel caso il massimo di energia disponibile da concentrare su tre orari predeterminati e non derogabili.

Sempre dal gruppo FB:

Grazie Alberto questa radice sottile che unisce il Sangha porta linfa vitale. Ho cercato fin dall'inizio di prendere questa quarantena come un lungo ritiro momenti di pace alternati ad ansie improvvise. Vorrei tanto oltre che leggerti poterti ascoltare anche per pochi minuti potrebbe essere l'inizio per una meditazione silenziosa e personale, se mi è dato usare questo termine! grazie ancora

Sorprendentemente anche per me ho risposto:

Ci stiamo lavorando. Non l’escludo.

Bene, vediamo. L’idea di una seduta assieme in streaming, che fino a poco tempo fa mi avrebbe inorridito, ora mi sembra perfino possibile. Appunto, come sopra, adattarsi alle condizioni date o auspicate. Questo sembrerebbe, come sempre, vitale.

ISTRUZIONE #7

Il Buddha, il Dhamma, il Sangha. I tre pilastri, i tre rifugi della pratica. Sul senso del Buddha - la nostra potenzialità di insight, di saggezza, di illuminazione - e sul Dhamma - la dottrina, la realtà, l’insieme dei fenomeni, le leggi che li governano, ciò che è così com’è - forse ciascuno di noi, chi più chi meno, ha una sua certa chiarezza. Sul Sangha invece le ambivalenze, le incomprensioni e i dubbi regnano molteplici e sovrani. Insomma lo sentiamo uno strumento, un sostegno, un bisogno solo quando ne sentiamo... bisogno! Come se fosse la terza gamba, la più insignificante, di un tavolino che si potesse miracolosamente reggere, senza nemmeno traballare un attimo, esclusivamente sulle altre due. Insomma una esigenza, dell’io si badi bene, da soddisfare di tanto in tanto, quando urge placare la stretta della solitudine, l’assenza di un conforto amicale, la necessità e l’espressione di una affettività emotiva. Eppure il Sangha non è questo o, se vogliamo, non è solo essenzialmente questo e, alle volte, è bene che non sia affatto questo. È al contrario il luogo in cui la pratica incarnandosi collettivamente perde il suo carattere personale, entra di fatto in una neutralità, in un equilibrio, in una dimensione di equanimità e di onestà che smaschera l’io che fa sempre e comunque della pratica un suo personalissimo uso e consumo. Quindi il Sangha non è solo il luogo del conforto, della conferma, dell’assoluzione urbi et orbi, del vogliamoci bene, ma anche, necessariamente e io penso sanamente, il luogo del disagio, del confronto, del dubbio, della messa in discussione delle troppe certezze che nascono dai solitari, sottili inganni della mente e del cuore. Insomma per molti un luogo difficile, da cui difendersi, da limitare nella portata e nel significato. Nel delirio individualistico (in questi tempi vediamo quanto fallace) in cui l’io ci e si immerge, fare da sé, convincersi della bontà e della verità di ogni nostra solitaria acquisizione, reale o apparente che sia, è tentazione facile. È invece di questa verifica, di questo scomodo rapportarsi tutti, insegnanti inclusi, al feedback esplicito e implicito, sempre così naturale e senza vie di scampo, del e nel Sangha di cui abbiamo estremo bisogno. È questo che oggi ci è per molti versi negato. Possiamo condividere con i mezzi telematici che abbiamo benedizioni meditative quante ne vogliamo, considerazione, affetto, stima e amicizia reciproche. Meno, molto meno, possiamo condividere lo scomodo e onesto disagio che ci procura la nudità e la verità della comune presenza in carne ed ossa. E non lo possiamo proprio perché possiamo comodamente evitarlo, sentendocene ora persino autorizzati dalle straordinarie circostanze distanzianti che stiamo vivendo. Dunque, cerchiamo di non dimenticarci, di non distanziarci dal Sangha nella sua realtà incarnata, soprattutto dai fastidi, dalle reazioni, dai dubbi che ci ha suscitato e che ci suscita dentro. Sono l’unico antidoto, l’unica medicina contro un virus invisibile e micidiale: una pratica che si fa poco a poco non più autonoma e adulta ma infantilmente autarchica, capricciosamente e presuntuosamente auto verificata e auto certificata. Questo vale per tutti e, naturalmente in primis, per me. Nessuno, dovremmo prima o poi capirlo bene, è immune a prescindere da quale che sia drammatico contagio.

ISTRUZIONE #6

La vita che c’è è questa, è oggi, è presente, è il presente così com’è. La vita che c’è non è quella di ieri né quella di domani. Non c’è una vita da rimpiangere né una vita da sognare, da agognare, da immaginare, da attendere. Questa, proprio questa, è l’unica vita possibile, l’unica che ci sia dato di vivere, con tutti i suoi cambiamenti, con tutti quei limiti e quei condizionamenti che solo un mese fa non avremmo neanche pensato possibili. Sembra ovvio ma da un punto di vista della pratica non è una realizzazione poi così tanto ovvia. Se realizzare vuol anche dire rendere reale per ciascuno di noi questo improvviso e a suo modo radicale cambio di esistenza, vuol dire che questo tempo non ordinario è, pure nella sua straordinarietà, assolutamente, banalmente ordinario. “Può accadere qualsiasi cosa in qualsiasi momento” è l’invito, l’attitudine della pratica che si fa coscienza della fragilità, dell’insostanzialità, dell’inaffidabilità del nostro essere in vita. Un’accettazione piena di questo presente richiede che non ci sia altro presente, sognato, pensato, desiderato. Che il rimpianto per ciò che è stato perduto e l’attesa per ciò che speriamo di recuperare non facciano velo, non alterino il nostro essere pienamente presenti al momento presente, all’unico presente che c’è. Questa nostra condizione di tempo e di spazio ci si presenta, e ci viene presentata, come una parentesi ma per la pratica nessun presente può essere mai solo una parentesi tra passato e futuro. Se fosse così non saremmo mai davvero presenti ma sospesi in un tempo e in un luogo senza realtà, senza anima, senza un vero senso. Vivere in apnea senza cogliere la pienezza, perfino la tragica bellezza, di questo presente, sarebbe negare alla pratica stessa tutta l’apertura, l’interesse, l’equanimità, la saggezza di cui ha bisogno. Difficile? Non più di sempre. Non più che vivere, come sempre, questo preziosissimo respiro presente come se fosse il primo e l’ultimo della nostra vita.

ISTRUZIONE #5

Ho ricevuto ieri da Massimo D. S. quanto segue e desidero condividere questa bella e sana fonte di ispirazione per tutti noi.

Uno spazio liberato dai luoghi in cui solidifichiamo i nostri io. Una grande opportunità di vivere un'altra vita : senza musei, teatri, concerti, cinema, ristoranti, cene con amici, lavoro, escursioni in montagna, yoga, gruppo di meditazione, opere più o meno pie, gyrotonic e tutto ciò con cui costruiamo la nostra identità, la nostra "bella" immagine di noi stessi. Ci piace questa pienezza di vita!.......

Un continuo riempire vuoti, una continua ricerca di gratificazione, di approvazione, di sicurezze, una fuga continua dalla sofferenza......un centro di gravità permanente fuori di noi.

Un insight sulla povertà e sul troppo che abbiamo, sulla fragilità, sulla vulnerabilità delle nostre sicurezze.

In un attimo via tutto!

Siedo e resto nella consapevolezza che altro non c'è che quello che c'è qui e ora, che altro non ci può essere perché non c'è più, una forza benevola ce l'ha portato via per farci capire che siamo altro, che possiamo essere altro. Il tempo si allunga senza tempo..... siedo nella nuda presenza dei fenomeni interni ed esterni....riconosco il sorgere del canto delle sirene e torno al silenzio del lasciare andare.... e così ancora e ancora e ancora....lo so che non avrà mai fine questo sorgere e questo lasciare andare eppure..... che leggerezza in quell'espiro che sembra ogni volta allontanare la sofferenza non necessaria.

ISTRUZIONE #4

La pratica è un rifugio? Sì, ma non è una difesa. Che differenza fa? Una differenza sottile e decisiva. In questa differenza si gioca la nostra capacità di vedere le cose così come sono, di essere in sintonia con la realtà e con la natura dell’esistere, di essere vita, di essere pienamente e umilmente “in vita”. In questi tempi non ordinari tutti i nostri parametri sono volti alla difesa. Dal virus, dagli estranei, dalla malattia, dal contagio e dal contatto. Giuste e comprensibilissime ragioni ci spingono a chiudere porte e anche umori. Una sottile diffidenza sostiene la chiusura che da materiale si trasforma in esistenziale. Sentiamo la forza, l’utilità dell’isolamento. Il passo che trasforma il nostro rifugio in un fortino inaccessibile è breve, invisibile, non facilmente coscienziabile. Per sua natura la pratica meditativa è solitaria, isolata, che sia in una stanza urbana o nel cuore della foresta. Utilizzarla, sentirla come una potente difesa contro il male, contro la sofferenza che il male stesso ci suscita, quasi una nostra esclusività che tiene fuori tutto il resto, tutto ciò che non ci piace, è un inganno tanto possibile quanto tenacemente negato. Dunque, attenzione massima alla chiusura. Ma peggio ancora, più sottile e minaccioso è il difendersi allargando artificiosamente e in apparenza a dismisura i confini della nostra coscienza. Il sentirci tanto nel mondo fino ad esserne, pienamente padroni e pienamente fuori. “Radiare amore puro e incondizionato. Questo è il mio compito ora”, mi scriveva nei giorni scorsi una carissima amica di dharma. Ho provato a convincerla che qualcosa di disarmonico, di irrealistico, di sproporzionato c’era nelle sue parole ma non credo di esserci veramente riuscito. Una pratica esaltata, convinta di aver raggiunto o di poter raggiungere purezza e incondizionato, può essere altrettanto difensiva della più ottusa e personalistica delle chiusure. È comunque un mettersi, senza saperlo o senza volerlo sapere, in un luogo altro, in uno spazio non abitato, anzi inabitabile, di puro e di incontaminato. Quanto è difficile mantenere una pratica sana e equilibrata! È difficile come tenere ferma e stabile la platonica biga dell’anima di fronte alla Pianura della Verità (vedi testo nella sezione Risorse). Chiusura difensiva ed esaltazione dell’“anima” hanno lo stesso scopo: farci sentire diversi e altrove, altri insomma. Essere pienamente incarnati nel qui e ora senza esserne pienamente e personalmente identificati, fare della pratica un sostegno, un rifugio, una base per la nostra fragile umanità e non una difesa dalla nostra stessa umanità, dai suoi limiti, dal suo essere essa stessa intrinsecamente dukka, sofferenza, insostanziabilità, e inevitabile immersione nel condizionato, è troppo difficile o troppo banale per il nostro io di meditanti? Già, troppo difficile o troppo banale. Ecco due potenti vie di fuga. Quale delle due stiamo sentendo sottilmente di percorrere proprio ora che stiamo per metterci seduti sul cuscino della pratica?

ISTRUZIONE #3 (RIFLESSIONE 1)

Questa di oggi non è un’istruzione vera e propria ma piuttosto una riflessione, un discorso forse non facile da accogliere o da seguire, una provocazione se vogliamo. Per cui prendetela solo come una sollecitazione a pensare “lateralmente”, ovvero in maniera solo apparentemente non lineare, una suggestione con cui confrontarsi, magari anche opponendovisi con tutte le vostre forze. Mi è capitato ieri di vedere e di ascoltare un filmatino mandatomi da una cara amica. La tesi (il titolo mi pare fosse “Lettera dal virus”) attribuiva all’agente patogeno, per l’occasione parlante, un’intenzione salvifica e compassionevole verso l’umanità e, più in generale, verso il pianeta. Un ultimo disperato, tangibile, violento invito a cambiare immediatamente rotta, a salvarci dal totale annientamento verso il quale il nostro modo di vivere e di produrre ci sta trascinando. Ecco, questa è quella che chiamiamo personalizzazione, la continua attribuzione a fenomeni del tutto neutri e impersonali di una soggettività, di un’intenzione, di una volontà intrinseca. La tesi, ovviamente, non è del tutto irragionevole, è semplicemente, strutturalmente ingenua. Come quella, assai più diffusa ma meno coscienziata, che attribuisce allo stesso virus un’intenzionalità del tutto opposta, una volontà malefica verso la nostra specie. Attenzione: forse è una tesi cognitivamente poco esplicita ma emotivamente molto forte, diffusa e sottesa alla maggior parte dei nostri pensieri in questi tempi non ordinari. Il signor Coronavirus suscita tutta la nostra avversione, tutta la nostra indignazione, tutta la nostra paura e la nostra rabbia. È il nemico cattivo verso il quale scagliamo le nostre armi, per ora, ma solo per ora, non del tutto efficaci. Anche qui la tesi non è priva, ci mancherebbe, di verità parziali ma ancora una volta poniamo una grande attenzione alla inconscia, continua, implicita, non vista o molto spesso negata personalizzazione di ciò che è e che resta impersonale. Noi, come il virus, siamo animati dalla stessa, identica forza vitale. Noi, come il virus, vogliamo vivere, sopravvivere e replicarci. Per farlo noi, come il virus, ci nutriamo dei più deboli e dei più fragili, li divoriamo, il consumiamo allo stesso scopo, per lo stesso obiettivo. La domanda è lo “vogliamo liberamente” o, piuttosto, non siamo spinti a volerlo, ad agirlo dalla stessa forza vitale che spinge il virus a uccidere le cellule dei polmoni dei nostri simili per riprodursi, adattarsi modificandosi, sopravvivere e replicarsi. Nulla, nulla di tutto ciò, né per il virus né alla fine per noi, ha un carattere veramente personale. Realizzarlo, renderlo reale, penetrarlo con l’occhio acuto della pratica ci porta a una visione più chiara, più corretta, più ampia e, proprio per ciò, più libera, più pacificante e più universalmente compassionevole di ciò che è così com’è, della sofferenza, dell’impermanenza e l’anatta, in poche parole dell’impersonale. È una resa? Tutt’altro. È la risorsa decisiva, più che mai in questa circostanza, per fare quello che deve essere fatto. Liberi, come dice l’Illuminato, da ogni affanno e da ogni preoccupazione. Affanno e preoccupazione, del tutto personali, ovviamente.

ISTRUZIONE #2

La quarantena è in sé un ritiro. Lo è in tutta evidenza. Cosa serve per trasformarla in un ritiro di pratica? Solo un po’ di ritmo. Se ci pensate tutti i ritiri a cui siete, chi più chi meno, abituati sono costruzioni ritmiche, meglio ritmico-energetiche. In questi giorni di ritiro forzato dalla nostra socialità non serve affatto che il ritmo sia rigidamente stabilito per tutte le ore della nostra giornata di isolamento casalingo. Bastano tre stabili piloni per costruire in tutta naturalezza un lungo e agile ponte di consapevolezza e di presenza. Una seduta la mattina, una prima di pranzo se quella della mattina è molto presto o nel primo pomeriggio se la prima è in mattinata avanzata e, infine, una terza la sera prima di cena e non dopo. Non è necessario cominciare con sedute troppo lunghe ma è assolutamente necessario che siano tre, a orari fissi, tutti i giorni. Naturalmente senza rigidità e sensi di colpa nei casi di “fallimento” ma esercitando ripetutamente e con consapevolezza il retto sforzo che sforzo non è. Di nuovo, cominciare con sedute più brevi di quelle abituali è saggio. Il ritmo non si crea con sforzi muscolari ma con una stabilità energetica che piano piano diventa sostenente in sé. All’inizio possono bastare anche dieci, quindici, venti minuti a seduta per poi aumentare di cinque minuti ogni giorno o ogni due o tre giorni. Rispettiamo i nostri limiti ma non ne siamo schiavi. Li allarghiamo solo con la costanza e la pazienza. Non serve assolutamente invece fare una seduta lunga, una brevissima e una come viene. Il ritmo, l’energia, è musica, è danza, è potente armonia. Sfruttare questa occasione di un tempo obbligatoriamente non ordinario per praticare non solo con energia ma sull’energia e le sue manifestazioni personali e impersonali sembrerebbe davvero un buon affare, un affare da non perdere. Naturalmente sarebbe anche molto opportuno dedicare la parte finale di una o di più sedute (ma sempre la stessa o le stesse della giornata e non random!) per una breve ma consapevolissima metta. Per noi, per i nostri cari, per i malati, per le famiglie dei malati e per chi muore solo lontano da amici e parenti. La metta non solo apre il cuore ma ci rimette in contatto diretto con l’interdipendenza di cui abbiamo già detto (vedi istruzione #1).

Mandatemi feedback su  . Mi sono, ci sono molto utili. Non vi risponderò personalmente ma forse vi riconoscerete in questo spazio che è di tutti e di nessuno.

ISTRUZIONE #1

L’effetto paradossale in questa distanza forzata è l’evidenza percepita della forza e dell’ineluttabilità dell’INTERCONNESSIONE. Nel momento in cui siamo invitati a una sorta di “essere quotidianamente monadi” sentiamo con tutta la potenza del caso la nostra INTERDIPENDENZA, il nostro appartenere senza eccezioni e senza alcuna possibilità di scampo, a campi energetici che invadono, sostengono, modificano, alternano, condizionano la nostra singolare, fragile e presunta autonoma individualità. Una grande occasione di pratica su un punto chiave di accesso all’anatta, all’impersonale. Il tema dell’INTERDIPENDENZA dei fenomeni, nessuno dei quali veramente autosostenentesi, è più e più volte richiamato dalla dottrina e dalla tradizione. Questo, in quanto elemento culturale, ci interessa poco. Ora, proprio ora, abbiamo l’occasione di sperimentarlo in diretta, con tutte le paure, le aspettative, la bellezza e l’umiltà evocate. Dunque sediamo, sentendo, avendo come oggetto il nostro essere qui, separati dal mondo e mai così tanto influenzati, timorosi o compassionevoli nel dipendervi. Sediamo sentendo chiusure e esitanti aperture. Insomma… sediamo soli e insieme.

Venerdì 27 Marzo

Inizio sedute di istruzioni in streaming

Le sedute di istruzioni di meditazione in streaming con Alberto e altri conduttori inizieranno martedì 31 marzo.
Si terranno la mattina due volte a settimana, il martedì e il venerdì, sempre alle 8:30 sul gruppo Facebook privato "Una Yurta sul Sentiero" (per accedere clicca qui).

È disponibile una piccola guida all'utilizzo del gruppo, per scaricarla cliccare qui sotto

Gruppo Facebook Yurta
Breve guida all'utilizzo

Giovedì 26 Marzo

Prossimi appuntamenti sul gruppo

Questa mattina un piccolo gruppo di noi ha provato un test di seduta alle 7,30 su facebook. Sembra che sia andato bene.

Siamo costretti a spostare di orario il nostro appuntamento per i limiti dei mezzi che ci interconnettono, essendo la rete alle 17 eccessivamente carica. Domani proveremo, sempre in un piccolo gruppo chiuso e non accessibile a voi, alle 8,30, orario che potrebbe essere, se non ci saranno ostacoli, una scelta definitiva.

Marco ha preparato un breve ma denso manualetto per l’uso più efficace del gruppo facebook che sostituisce per il momento sia gli incontri di via Montello a Roma che quelli di Capodimonte.

Per scaricarlo cliccare qui sotto

Gruppo Facebook Yurta
Breve guida all'utilizzo

Sedute di pratica in diretta sul gruppo

Ciao a tutti,

abbiamo preparato il necessario per dare la possibiiltà ad Alberto di realizzare delle dirette Facebook nel gruppo privato "Una Yurta sul Sentiero".

Prima di cominciare le dirette vere e proprie, vorremmo fare una prova tecnica con i membri del gruppo per dare modo a tutti di verificare che il proprio equipaggiamento (computer, connessione, ecc) consenta una adeguata fruizione dei contenuti in streaming.

Realizzerò dunque una diretta come prova tecnica domani lunedì 23 marzo alle ore 19 all'interno del gruppo Facebook. Tutti gli interessati sono invitati a collegarsi. Sarà possibile inviare il proprio feedback sulla qualità della fruizione utilizzando l'apposita chat associata al video.

In caso di problemi tecnici (come ad esempio mancanza di audio o altro) vi invito a contattarmi su WhatsApp al numero in modo da poter dare assistenza separata a ogni caso.

Per chi non ha ancora un account Facebook perché non ha mai voluto farne parte per i più diversi motivi, ricordo che è possibile iscriversi anche con nomi fittizi, fornire informazioni fittizie, non stringere alcuna amicizia e dunque limitare fortemente le informazioni fornite al sistema. Dunque rinnovo l'invito a iscriversi per potersi ritrovare con gli altri nel nostro "sangha virtuale".

Se tutto va bene, saremo tutti pronti per la prima seduta di pratica in diretta con Alberto che si terrà il giorno dopo ossia martedì 24 alle 19.

Marco

Apertura Gruppo Facebook

In questi tempi non ordinari, i sistemi di comunicazione che abbiamo adottato fin qui non sono più sufficienti e non ci consentono di mantenere il livello consolidato di aggregazione che avevamo quando c'era l'appuntamento settimanale in Via Montello.

Per questo è stato creato un gruppo privato su Facebook dal nome "Una Yurta sul Sentiero": un luogo virtuale dove ritrovarci ed essere in contatto in maniera più immediata. Sarà possibile interagire, fare domande e proporre suggestioni (le comunicazioni importanti continueranno comunque ad essere inviate anche via mail).

Sul Gruppo Facebook verranno diffusi gli avvisi circa le nuove attività e iniziative pubblicate su questo sito web, tra cui la notifica della pubblicazione di nuove Istruzioni per questi tempi non ordinari, aggiornata (quasi) quotidianamente.

Per essere iscritti al gruppo seguire le istruzioni:

  1. Entrare all'interno di Facebook con il proprio account. Se non si dispone di un account Facebook, crearne uno.
  2. Nel campo ricerca presente in alto a sinistra digitare "Una Yurta sul Sentiero" e premere "invio". Oppure, cliccare direttamente su questo link: www.facebook.com/groups/851469925316756
  3. Il primo risultato nella sezione Gruppi sarà: "Una Yurta sul Sentiero". Cliccare su [+ Iscriviti]
  4. Riceverete una notifica quando la vostra richiesta di iscrizione sarà accettata. Da quel momento riceverete le notifiche dal gruppo e potrete interagire e postare i vostri interventi.

Per qualsiasi chiarimento o difficoltà tecnica, potete contattare Marco Sacco:

Ci vediamo online!

Messaggio di Alberto

Carissimi, da più parti sono stato sollecitato a mantenere un contatto con tutti voi. Mi sono stati proposti vari mezzi di “teletrasporto”, vocali, con e senza immagini, in streaming, in videoconferenza et similia. Come potete immaginare nessuno mi ha veramente convinto. Salvo il presente: semplice e ordinarissima scrittura. Dunque ho deciso di aprire uno spazio quotidiano, o giù di lì, di colloquio con voi. Sul sito troverete la pagina Istruzioni per questi tempi non ordinari.

Mi sembra un modo di stare insieme che stabilisce un contatto e che, paradossalmente e simbolicamente, mantiene le stesse distanze che la realtà ci impone. Una zona intermedia tra personale e impersonale.

Colgo l’occasione per ricordare a chi ne avesse bisogno che io, con tutte le precauzioni del caso, in quanto psicoterapeuta, dunque a tutti gli effetti operatore sanitario, mantengo aperto il mio studio per eventuali incontri individuali.

Con sincera amicizia.
Alberto